BREXIT – Accordo troppo a favore di Bruxelles: il governo May perde i pezzi

15 novembre 2018 – Mercoledì, l’esecutivo britannico guidato dalla premier Theresa May ha dato il via libera alla bozza di intesa raggiunta dopo un anno di intensi (e complessi) negoziati con Bruxelles per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. «È l’accordo migliore che fosse possibile raggiungere», aveva affermato May. E probabilmente ha ragione, giunti a questo punto; ma ciò non vuol dire che l’intesa raggiunta sia vantaggiosa per il popolo britannico.

Giovedì, quattro membri del governo hanno presentato le loro dimissioni, in polemica con l’accordo votato in Cdm: lasciano il ministro per la Brexit Dominic Raab, le sottosegretarie alla Brexit Suella Braverman e Anne-Marie Trevelyan, la ministra del lavoro Esther McVey e il sottosegretario britannico per l’Irlanda del Nord, Shailesh Vara.

«Non posso in buona coscienza sostenere i termini proposti per il nostro accordo con la Ue», ha scritto Raab in un tweet. E ancora: «Non posso riconciliare le condizioni dell’accordo proposto con le promesse che abbiamo fatto al Paese nel nostro manifesto». Promesse che, appare sempre più chiaro, non potranno essere mantenute. In particolare, l’accordo raggiunto prima del referendum che ha sancito la volontà dei cittadini di uscire dall’Ue da David Cameron, che mirava a una maggiore indipendenza del Regno Unito da Bruxelles, appariva ben più favorevole di quello strappato mercoledì dal governo May.

Ad oggi, si configura una situazione in cui la Gran Bretagna sarà costretta a rispettare le regole Ue per almeno altri 21 mesi a partire dal 29 marzo, senza avere modo di influenzarle perché ormai fuori dai meccanismi decisionali. Almeno, perché non è detto che tutti i negoziati si esauriranno in quel lasso di tempo. L’alternativa a questa intesa, tuttavia, sarebbe un no deal, un divorzio disordinato, senza alcun accordo. Tradotto: una catastrofe per l’economia britannica.

«In primo luogo – scrive il ministro dimissionario alla Brexit – credo che il regime regolatorio proposto per l’Irlanda del Nord costituisca una minaccia molto reale all’integrità del Regno Unito. In secondo luogo, non posso sostenere un accordo di backstop indefinito, in cui l’Ue ha il veto sulla nostra possibilità di uscire. Le condizioni di backstop sono un ibrido fra gli obblighi dell’unione doganale Ue e del mercato unico».

Un vero terremoto, che probabilmente verrà replicato a dicembre, quando il testo sarà sottoposto all’esame del Parlamento. Intanto crolla la sterlina sui mercati valutari sia nei confronti dell’euro che del dollaro.

La bozza d’intesa, che dovrà essere confermata dal Parlamento britannico (cosa tutt’altro che scontata), è lunga quasi 600 pagine. All’interno, tutti i dettagli del divorzio da almeno 40 miliardi di sterline – a carico del Regno Unito, of course. Confermati gli impegni sulla tutela dei diritti dei cittadini europei residenti in UK: circa 3 milioni di persone che continueranno a godere degli stessi diritti dei sudditi di sua maestà. Raggiunto un accordo anche sul punto più spinoso, ovvero la questione del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord, su cui tanto sangue è stato versato meno di mezzo secolo fa. La soluzione di compromesso (invero già bollata come votata al fallimento da diversi osservatori) prevede, allo scopo di mantenere un confine senza barriere fra Irlanda e Irlanda del Nord, la permanenza temporanea dell’intero Regno in un’unione doganale creata ad hoc (“Wide Custom Union”) in attesa di un successivo accordo complessivo sulle relazioni future post Brexit fra Londra e Bruxelles.

LE PROSSIME TAPPE – Il 25 novembre 2018 si terrà il summit straordinario della Ue per l’ok dei 27 all’accordo con il Regno Unito. Poi, entro il 29 marzo 2019 dovranno essere completate le procedure di ratifica da parte dei 27, delle istituzioni Ue e, soprattutto del Parlamento britannico, il cui ok appare oggi un’incognita.

Allo scoccare della mezzanotte del 29 marzo 2019 scatterà la Brexit. In realtà, quel giorno partirà il periodo transitorio di 21 mesi dove Londra continuerà ad applicare le regole Ue ma non avrà più potere decisionale, mentre si avvieranno i negoziati per gli accordi commerciali tra il Regno Unito e gli altri Paesi.

Il 31 dicembre 2020, a meno che i negoziatori non chiedano altro tempo, si esaurirà il periodo transitorio, cessando l’applicazione del diritto Ue in Gran Bretagna. Finché, il 1° gennaio 2021 la Gran Bretagna sarà a tutti gli effetti fuori dall’Unione Europea. A meno di colpi di scena.

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