Bye Bye America

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Sette, magazine del Corriere della Sera, ha pubblicato un’intervista in cui parlo del mio viaggio attraverso gli USA per scrivere Questa non è l’America (Newton Compton Editori). Buona lettura!

11 marzo 2017 – «Per me è stato un viaggio molto commovente: ho voluto fare un tuffo nel “ground zero” del mio Paese. Per capire l`America. Per indagare su chi è davvero Donald Trump e su che cosa ci possiamo aspettare ora da lui. E per mettere a nudo, in modo semplice e chiaro, che ne è stato del “sogno americano”». Alan Friedman ha girato in lungo e in largo, dalla South Carolina, alla California, dalla Louisiana allo Stato di New York, incontrando americani d`ogni condizione: il neopresidente come gli ultimi dimenticati.

«Dappertutto, a ognuno, ho fatto un`ultima domanda: “Che cosa è per lei l`american dream?”. Le risposte sono state rivelatorie. Un`infermiera nera, nel cuore dello Stato del Mississippi, mi ha detto: “Per me è sapere che mio figlio di 28 anni non viene ucciso dalla polizia”. Il “sogno” dei genitori dei bambini ammazzati nella sparatoria alla Sandy Hook Elementary School di Newtown, in Connecticut, è altrettanto semplice: “Che altri bambini non vengano uccisi nelle classi elementari”». Il giornalista americano più famoso d`Italia – «Questa è la mia seconda patria, ho anche una moglie italiana e passo qui una metà dell`anno» -, e che al nostro Paese ha dedicato libri importanti come Ce la farà il capitalismo italiano? e Ammazziamo il Gattopardo, per la prima volta ha deciso di scrivere un libro interamente sul suo Paese d`origine: Questa non è l`America, in uscita da Newton Compton.

Un saggio dal linguaggio semplice e illuminante che scorre come un romanzo: pieno di persone, di storie di vita, ma anche di politica e di intrighi di palazzo. «L`ho vissuto come un ritorno a casa», dice. Quella che aveva salutato tanto tempo fa, a 23 anni, dopo un`esperienza alla Casa Bianca: «Era presidente Jimmy Carter. Poi ho fatto 14 anni di Financial Times a Londra, quindi a Tokyo e a Milano, poi Herald Tribune a Parigi, il Wall Street Journal…». L`Europa gli era entrata nel cuore già prima, però: «È stato quando sono andato a studiare alla London School of Economics, a 18 anni: con una ragazza inglese siamo andati in giro dappertutto… Cominciai anche a scrivere il mio primo romanzo, mai pubblicato: il protagonista era un americano che sfuggiva agli Usa perché lì vedeva una cultura basata solo sul dollaro e sulla plastica mentre trovava nel Vecchio Continente un luogo più naturale e pieno di cultura». E dire che l`America di Trump allora non era immaginabile… «Quello di oggi è il libro che in un certo senso ho voluto scrivere per tutta la vita. Io mi ero visto, romanticamente, all`inizio della mia carriera, come uno scrittore “espatriato”. Ammiravo i grandi, come Henry Miller, Ernst Hemingway, Gore Vidal…, gli scrittori americani che erano venuti a Parigi negli anni 30, e poi in Europa. Eppure ho sempre desiderato spiegare l`America. Cercare di capirla. Quando ho cominciato a riflettere su quest`opera, a fine 2015, avevo appena completato le prime presentazioni della biografia di Berlusconi, Trump aveva già annunciato la candidatura, anche se quasi nessuno credeva che sarebbe arrivato alla Casa Bianca. Io, invece, questo dubbio l`avevo, a febbraio 2016 lo spiegai proprio sul Corriere: dovremmo prenderlo sul serio. Soprattutto, già vedevo un`America divisa, sofferente. Questo è il libro di un americano che ama gli Stati Uniti, ma è pieno di rammarico e dolore per il suo Paese. Piango per ciò che è successo al sogno americano. Ma il dovere di un giornalista è di fotografare ciò che accade ed essere una guida per il lettore».

Parte da lontano. Dalle radici, appunto, dell`american dream, per capire che fine ha fatto, e se sia stato mai reale. «Ho vivisezionato quel “sogno”. Con un`ampia dose di scetticismo credo di riuscire a mostrare che non sia mai esistito come ce l`hanno presentato. Insomma, ci hanno venduto una patacca: era solo propaganda. Qualcosa di vero c`era negli anni 50 e 60, ma dopo non più se non eri bianco, e comunque del ceto medio. Una gran parte del Paese – i neri, i bianchi poveri – non ci si è mai avvicinato. Oggi, poi, è in frantumi. Trump promette di “fare grande di nuovo l`America” (come dice il suo slogan, ndr), in realtà, attraverso le sue azioni, si prepara a fare il contrario. E se 43 milioni di americani – su 320 milioni -, e in particolare il 20% dei bambini, ora vivono sotto la soglia di povertà…».

Altro che sogno: un incubo. Nel libro ha fatto una straordinaria controstoria degli ultimi 60 anni di America. Ha scavato dietro il Vietnam, ha rivisto pure la figura di John Kennedy… «Per tutta la vita ricorderò Jfk che dice: “Io sono berlinese”. È uno dei momenti che segnano la Storia. Ma se il mito di Carnelot (termine usato per descrivere il “regno” dei Kennedy, ndr) è servito a farci sognare, in realtà è stato tutta un`esagerazione».

Rileggendo il passato recente, emerge un`America in cui “il re era nudo”, anche se non l`avevamo capito. Con l`avvento del nuovo “monarca” Donald Trump, lei lancia un monito che fa venire i brividi: gli States stanno diventando un luogo che non riconosceremo più. Fra quattro anni, alla fine del suo mandato, che Paese sarà dunque? «Se Donald Trump riuscisse a fare anche solo la metà delle cose che promette sul fronte interno – tagli delle regole in difesa dell`ambiente, tagli sulla regolamentazione delle banche, protezionismo, tagli sulla salute – cambierà il volto agli Stati Uniti in modo profondo. Se, come credo, riuscirà a nominare non uno ma due giudici alla Corte Suprema, darà importanti vittorie alla destra sociale: a danno dei diritti delle donne, dei gay, delle minoranze. L`America rischia sul serio di esser un posto più cupo, meno corrispondente a quell`idea che ognuno di noi porta nella propria coscienza. Questo presidente che urla al suo insediamento, questo populista estremista, questa star dei reality diventato “Comandante-in-capo” rischia di fare enormi danni alla cultura del mio Paese. Bisogna dire “bye bye” a quell`America».

Lei racconta storie di un Paese dolente, di gente perduta lungo il percorso, che sopravvive e spesso lotta ancora. È il ritratto vivo di un mondo che gli italiani non conoscono: un autentico affresco dell`America più vera. Quali, fra le persone che ha incontrato, le ha lasciato il ricordo più forte? «Vita Fischer, una ragazza madre di 24 anni della Louisiana, licenziata dalla catena Walmart mentre era incinta, che non potrebbe dar da mangiare al suo bimbo di 18 mesi senza assistenza sociale. Vive in povertà estrema, è l`esempio delle grandi ineguaglianze sociali ed economiche, di una persona che lavora ma non ce la fa. E che, alla fine, mi ha detto di aver votato per Trump… E poi Wilbur Cave: un uomo coraggioso che ha aiutato i neri ad avere sulla testa un tetto che non gli crolli addosso. In South Carolina è riuscito a costruire 23 case per poveri: un santo, con la passione e la dedizione che tanti hanno, nella comunità afroamericana, nell`aiutare chi non ha niente».

Il razzismo è uno dei temi al cuore del libro: ha cercato di capire se quello di oggi è peggiore dell`ultimo grande momento di violenza razziale, negli anni 60. «Tutti i leader neri che ho incontrato mi hanno detto che è stato sempre così. La differenza sta nel fatto che prima non c`era l`iPhone, non c`erano YouTube e la telecamerina GoPro in macchina. Noi vediamo più giovani uomini neri uccisi dalla polizia per la tecnologia. Ma se già prima delle elezioni di Trump era un problema così endemico e difficile da eradicare, ora le prospettive sono pure peggiori. Trump, come dice una delle donne che ho intervistato, ha “tolto il cerotto sulla ferita del razzismo” e ha incitato odio e paura. Del resto, accanto a lui c`è Steve Bannon, capo della strategia alla Casa Bianca, la persona che Donald sta più ad ascoltare e che dovremmo tenere d`occhio: quando gestiva il suo sito di fakenews, era amatissmo dal Ku Klux Klan».

Nel libro, la ricostruzione di come Trump si sia fatto eleggere sparando contro Wall Street e una volta al governo si sia circondato di uomini d`affari, soprattutto targati Goldman Sachs, è efficacissima. I bianchi “poveri” che lo hanno eletto, però, prima o poi dovranno presentargli il conto. O no? «In teoria. In realtà potrebbe durare otto anni. Nell`epoca della post-verità, in un mondo in cui Trump può mentire via tweet o in tv senza conseguenze, in un momento in cui può pubblicizzare come un successo iniziative delle case automobilistiche che salvano posti di lavoro rinunciando a trasferirli in Messico, mentre noi sappiamo che si tratta solo del “reimpacchettamento” di piani già programmati, non escludo che possa sostituire il progresso economico che i bianchi si aspettano da lui con una bella dose di “destra sociale”. Le nomine alla Corte Suprema di uomini contro l`aborto, la voce grossa nei confronti della Cina, la costruzione del Muro e l`atteggiamento aggressivo verso migranti e crimine potrebbero farlo rivincere anche se l`economia non sarà migliorata. È la versione aggiornata del “panem et circences” romano. Lui fa rumore, la sua sarà una “politica di distrazione” ».

I “tweet” di Trump fanno paura: il “twittatore-in-capo”, come lo chiama, può scatenare una guerra con go caratteri? «Paragonato a lui, George W. Bush sembra un gentiluomo moderato. Sono in tanti a voler mettere gli occhiali del buon senso e vedere nel neopresidente un uomo che saprà circondarsi da uomini più equilibrati, come James Cane Pazzo Mattis al Pentagono e Rex Tillerson al Dipartimento di Stato. Ma il problema è che nessuno dei due ha controllo sul suo account Twitter. E poi loro non sono alla Casa Bianca. Lì invece c`è Bannon e c`è il generale Mike Flynn, Consigliere per la sicurezza nazionale, che alla sua prima uscita ha attaccato l`Iran. I rischi? Come mi dice nel libro David Gergen, ex consigliere di 4 presidenti, moderato e stimato: “Potrebbero accadere cose pericolose”».

E lei, che ha conosciuto Trump in passato e per il libro ha viaggiato con lui in aereo, che idea si è fatto di lui? «Ho visto davanti a me un uomo che, come tanti miliardari arrivisti, voleva fare una bella impreskione. Voleva sembrare “grande”. Ma era un uomo che chiaramente aveva difficoltà a concentrarsi per più di due minuti per ogni singolo argomento…».

Gli ha chiesto che cosa ha in comune con Silvio Berlusconi. «E mi ha detto: siamo due tizi ricchi prestati alla politica. Berlusconi è un agnello, al confronto».

Molti confidano nella tenuta della democrazia americana, patria dei contrappesi dello stato di diritto. Dalla magistratura al Congresso. Ma anche della stampa. «Finché i repubblicani hanno Casa Bianca e Congresso, e presto la Corte Suprema, ci saranno pochi freni. La migliore speranza è che alcuni senatori repubblicani, come John McCain, comincino a opporsi. Ma lo vedo diffide: sono tutti di fronte a un presidente che adotta toni autoritari impensabili. Io non ho mai visto un presidente che si auguri la disintegrazione dell`Ue. L`impeachment? Difficile. Bisogna allacciare le cinture: il mondo ha solo cominciato a capire che cosa porterà Trump».

Uno degli aspetti più interessanti che lei mostra è l`approccio “transazionale” di Trump. Tutto, per lui, è “transazione”. «È un deal-maker. Stringe accordi: gli altri Paesi sono interessanti solo finché può estrarre qualche valore. Crede nell`uso del potere basato sull`idea di “bullizzare” gli altri. Prima fa la voce grossa, poi cerca un`intesa in modo da sorridere con “l`altro” davanti alle telecamere dandogli una pacca sulla spalla».

Fra le cose che più sconcertano è la “strana coppia” con Putin. Lei ha incontrato anche lo zar russo: che idea si è fatto? «Triunp potrà trovare necessario criticare la Russia per l`Ucraina, e fra Washington e Mosca le cose non saranno così facili come sembrano oggi. Ma stiamo parlando da una parte dell`ex agente del Kgb con gli occhi di ghiaccio e dall`altra dell`ex palazzinaro dei sobborghi di New York diventato miliardario e star dei reality… Non è una gara leale, non sono sullo stesso livello. Putin è il più grande furbo del pianeta. Le azioni di Trurnp accelereranno l`emergenza di un mondo in cui gli Usa avranno meno potere e daranno spazio a Russia e Cina. In Europa, l`effetto Trump lo vedremo nei prossimi mesi: nelle elezioni, da Olanda, Francia, Germania, Italia».

Arriveremo a dire anche noi “questa non è l`Europa”? «Mi preoccupano la Brexit e i partiti xenofobi. Ma nel medio termine ho più fiducia nelle capacità della società europee a resistere al populismo. Noi americani cambiamo molto più velocemente. In Europa poi qualcuno ricorda la storia del fascismo…».

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