La Sea Watch attracca al porto di Catania, mentre non si smorza la tensione nella maggioranza sul caso della nave Diciotti

30 gennaio 2019 – La Sea Watch attracca al porto di Catania, consentendo lo sbarco a 47 migranti, tra cui 15 minorenni non accompagnati.

«Ancora una volta, grazie all’impegno del governo italiano e alla determinazione del Viminale, l’Europa è stata costretta a intervenire e ad assumersi delle responsabilità – afferma il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che aveva impedito l’attracco della nave battente bandiera olandese per oltre una settimana, in attesa di un accordo con i partner europei sulla redistribuzione dei passeggeri a bordo -. Sei Paesi hanno accettato di accogliere gli immigrati a bordo della Sea Watch3, coordinandosi con la Commissione europea: si tratta di Francia, Portogallo, Germania, Malta, Lussemburgo e Romania». Il leader leghista ha inoltre dichiarato di auspicare che «in base alla documentazione raccolta, venga aperta un’indagine per fare chiarezza sul comportamento della Ong».

Intanto, in Senato, si è tenuta mercoledì la seduta della Giunta per le Immunità, la quale sta vagliando la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona a scopo di coazione, omissione di atti d’ufficio e arresto illegale nell’ambito del Caso Diciotti, l’imbarcazione militare della Guardia Costiera italiana che, lo scorso agosto, e su ordine del ministro dell’Interno, è stata tenuta ferma per giorni nel porto di Catania, impedendo lo sbarco dei 177 migranti salvati al largo di Lampedusa che si trovavano a bordo della nave. Il presidente della Giunta, Maurizio Gasparri, ha proposto 7 giorni di tempo per sentire il vicepremier leghista, il quale potrà chiedere di essere ascoltato o presentare una memoria.

«Dopo aver riflettuto a lungo su tutta la vicenda, ritengo che l’autorizzazione a procedere debba essere negata. E in questo non c’entra la mia persona. Innanzitutto il contrasto all’immigrazione clandestina corrisponde a un preminente interesse pubblico, posto a fondamento di precise disposizioni», ha scritto Salvini in una lettera al Corriere della Sera, che nelle scorse settimane aveva invece affermato che intendeva farsi processare e che non avrebbe usato i voti della Lega in Senato per sottrarsi alla giustizia.

«La mia vicenda giudiziaria – ha aggiunto Salvini – è strettamente legata all’attività di Ministro dell’Interno e alla ferma volontà di mantenere gli impegni della campagna elettorale». E ancora: «Sono convinto di aver agito sempre nell’interesse superiore del Paese e nel pieno rispetto del mio mandato. Rifarei tutto. E non mollo».

La procura di Agrigento aveva iscritto Salvini, lo scorso agosto, all’epoca dei fatti, nel registro degli indagati, per poi trasmettere gli atti al procuratore della Repubblica presso il tribunale di Catania, il quale, trattandosi di presunti reati commessi da un ministro nell’esercizio delle sue funzioni, ha inoltrati gli atti al tribunale competente, il tribunale dei ministri.

Il 24 gennaio, il tribunale dei ministri ha scelto di non archiviare il procedimento, ma di chiedere invece alla Camera di appartenenza del ministro, il Senato, l’autorizzazione a procedere. Mercoledì, il caso sarò sul tavolo della giunta per le autorizzazioni, la quale dovrà preparare una relazione scritta sulla vicenda. Una volta pronta, questa sarà discussa a Palazzo Madama; i senatori avranno quindi 60 giorni di tempo per mettere ai voti l’autorizzazione a procedere. Se la maggioranza dei loro dovesse votare a favore, Salvini sarebbe sottoposto ai tre gradi di giudizio previsti dalla giurisprudenza ordinaria.

Il M5S, alleato di governo della Lega, appare spiazzato dal cambio di rotta di Salvini. «È evidente – afferma a Radio Anch’io il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano – che Salvini abbia cambiato idea o almeno il suo avvocato… Noi M5S lavoriamo con coerenza e abbiamo sempre dato l’autorizzazione a procedere».

«Io adesso – confida invece ad Agorà il parlamentare M5S Emilio Carelli – non so se voteremo sì o no, perché le cose son cambiate in queste ultime ore. Ripeto, a mio parere dobbiamo aspettare quello che si diranno poi Salvini e Di Maio in queste ore». «Penso che – aggiunge il senatore M5S – noi dobbiamo innanzitutto prendere nota di questo cambiamento di opinione. È giusto e anche lecito che una persona possa cambiare opinione. Quindi Salvini chiede ora di non dare l’autorizzazione a procedere. Devo ricordare che il M5S non ha mai negato in passato l’autorizzazione a procedere. Quindi c’è una prassi del Movimento. Detto questo dobbiamo ricordare che la decisione fu collegiale, non fu solo di Salvini. Quindi Conte e Di Maio si dovrebbero ricordare di essersi associati a questa decisione e chiedere a loro volta di essere processati».

«Salvini ha chiesto libertà di coscienza – ha dichiarato la presidente della Commissione Giustizia della Camera, la pentastellata Giulia Sarti – che però non è la nostra posizione. Avete già visto quello che ha dichiarato il vicepremier Di Maio domenica sera: la nostra posizione sulle autorizzazioni a procedere credo sia risaputa». «Poi – concede Sarti – che questo sia un caso particolare nessuno lo mette in dubbio»; «è stata una scelta condivisa anche con altri ministeri e con il governo».

I numeri parlano chiaro: se il M5S restasse fedele alla sua linea, e dovesse votare a favore dell’autorizzazione a procedere, i voti di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia non sarebbero sufficienti a bloccare il procedimento nei confronti del ministro.

Verosimilmente, con conseguenze pesanti per la tenuta della maggioranza di governo. Lo dice chiaro e tondo il governatore leghista del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga: «Dal mio punto di vista c’è da rimettere in discussione tutto», risponde a Radio anch’io, all’intervistatore che gli chiede se il governo rischiasse di cadere nel caso in cui il M5S votasse sì all’autorizzazione a procedere. «Bisogna capire se il Parlamento condivide le politiche del Governo, non solo di Salvini. Se così non fosse, è chiaro che bisognerebbe fare una seria riflessione. Non si sta parlando di un processo a Salvini perché ha messo l’auto in divieto di sosta».

Getta acqua sul fuoco lo stesso Salvini: «Non c’è nessun pericolo per il governo, non rischia assolutamente. Passo le mie giornate lavorando, non elucubrando sui forse». Confida nel voto del M5s in Senato? «Non solo» del M5s, ma «dell’intero Senato – risponde Salvini -, perché qui non è in discussione un reato ma il fatto che un governo possa esercitare i poteri che gli italiani gli conferiscono. Lo abbiamo fatto nell’interesse pubblico, sì o no? I senatori voteranno. Salvini lo ha fatto per preminente interesse pubblico e per la difesa nazionale? La risposta mi sembra molto chiara, semplice».

Poi sulla presa di posizione del premier Giuseppe Conte, che mercoledì da Cipro ha affermato di assumersi «la piena responsabilità politica di quello che è stato fatto» nel caso Diciotti: «Ho apprezzato le parole del premier – ha spiegato – È un intervento che mi fa piacere». Alla domanda se sia stata una soluzione richiesta dallo stesso vicepremier, Salvini risponde: «Non l’ho richiesto io: del resto è evidente che nei miei atti non si riscontra alcun reato».

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