«Con Trump la mia America torna indietro di 50 anni»

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Il direttore dell’Unità, Sergio Staino, mi ha intervistato in occasione dell’uscita del mio nuovo libro, Questa non è l’America (Newton Compton Editori). Ripubblichiamo il colloquio, uscito il 22 febbraio scorso sul quotidiano.

Caro Alan, sono molto contento di fare quattro chiacchiere con te. E tu, che hai sempre dato un`immagine di grande indipendenza, però per un lungo periodo sei stato molto tenero con Berlusoni, ti emozioni a parlare con l`Unità, diretta poi da uno che ha fama di essere molto di sinistra?
«Innanzi tutto io respingo, caro direttore, l`idea di essere stato tenero con Berlusconi. Certo, come ho fatto anche con Mario Monti e con Massimo D`Alema, a un certo punto, forse non devo dire che l`ho ammaliato, ma ho cercato di convincere Berlusconi a collaborare con me, perché il libro era mio, non suo. Lui non aveva potere di veto e credo che non sia rimasto molto contento del libro, per la verità. Ho fatto con Berlusconi quello che ho fatto con Gianni Agnelli, quello che ho fatto con Mario Monti. Cioè cercare di indagare, capire, documentarmi e poi scrivere quel che volevo».

Parliamo del libro che hai scritto ora: «Questa non è l`America». Di che si tratta?
«È un viaggio nel mio paese, ma alla scoperta della vera America. Vorrei svelare ai miei amici italiani i segreti di un paese che non è l`America che abbiamo sempre pensato. Per questo libro ho girato sedici stati, sono andato in Mississippi, South Carolina, Louisiana. Racconto le storie dei lavoratori sfruttati, delle ragazze-madri che la catena Walmart licenzia appena entrano in gravidanza, del razzismo contro i neri, delle vittime delle sparatorie. La vera America non è quella del sogno americano, non è quella che parla di tolleranza, libertà e opportunità per tutti. La prima cosa che faccio è una controstoria degli ultimi cinquant`anni, in cui cerco di spiegare che in gran parte quell`America di opportunità per tutti era propaganda. Non c`era un vero sogno americano per i neri poveri, per i bianchi poveri, per le donne. Era una cosa per maschi bianchi benestanti o del ceto medio. Quindi anzitutto cerco di smontare questa immagine propagandistica. Per poi cercare di capire il fenomeno Trump: perché questo mix di paura, razzismo, rabbia, risentimento contro la globalizzazione ha prodotto la miscela esplosiva che Trump ha usato abilmente per conquistare la Casa Bianca. E cosa vuol dire Trump per l`economia, la società, l`Europa».

Questo spettacolo che descrivi, era quello che ti aspettavi quando hai cominciato il tuo viaggio, o è stato una sorpresa anche per te?
«Devo dire che anche io, da americano, sono rimasto sorpreso, e commosso talvolta. Ho incontrato moltissime persone, fatto decine di interviste. A ognuno ho chiesto: “Per lei cos`è il sogno americano?”. Ricordo in particolare un`infermiera nera del Mississippi che mi ha detto che per lei significava dormire tranquilla la notte, sapendo che suo figlio non sarebbe stato ucciso da poliziotti bianchi. Ma sono tante le cose che mi hanno scioccato, in questo viaggio. Come visitare e toccare con mano una realtà in cui un milione e mezzo di americani vive con due dollari al giorno, a livelli africani, che vuol dire che non mangia mai una mela, né niente di fresco. Sono stato sorpreso da quanto profonde siano le lacerazioni della società americana».

Ascoltandoti, a me sembra di tornare agli anni sessanta: questa era l`America come la vedevamo noi in Italia, l`America in cui la Statua della libertà era disegnata con il cappuccio del Ku Klux Klan.
«Purtroppo è così, io non a caso inizio il libro raccontando la mia prima esperienza politica. Avevo dodici anni, era il 1968, l`America era in un momento di turbolenza, razzismo, manifestazioni contro la guerra in Vietnam. E io ho fatto a dodici anni la campagna per Bob Kennedy. Pensare a Bob Kennedy e a quello che abbiamo oggi… certo, paragonato con Trump, anche George W. Bush sembra un gentiluomo. Il fatto è che siamo andati indietro di cinquant`anni. E siccome Trump ha nominato come ministro della Giustizia un uomo come Jeff Sessions, noto per le sue posizioni razziste, temo molto che i diritti civili dei neri siano a rischio».

Stai descrivendo una situazione molto drammatica. Ma da quello che dici mi pare di capire che la tua interpretazione è che Trump non sia un capovolgimento improvviso, ma il frutto di questa America. Sbaglio?
«No, bravo. Vedi, la prima parte del libro stabilisce quanto divisa, quanto sofferente, quanto divisa sia l`America. E c`è anche, ahimè, un`analisi profonda di come la presidenza di Barack Obama abbia alimentato il razzismo tra i bianchi, che lo hanno usato come bersaglio. La seconda parte del libro, invece, è di carattere più investigativo. Per esempio, indago molto sulle azioni che Trump ha avuto nell`industria petrolifera. Poi c`è da vedere come i suoi uomini vogliono smantellare tutti i controlli sull`ambiente. C`è il suo ministro dell`Istruzione, un miliardario che ha dato 20 milioni di dollari negli ultimi dieci anni ad attivisti che vogliono tagliare i fondi alle scuole pubbliche e finanziare le private. C`è la nuova Corte suprema, che dopo le nomine di Trump potrà ridurre i diritti delle donne sull`aborto e quelli di gay e minoranze. L`America rischia di diventare ancora più cupa, più buia. Soprattutto per lapoveragente. Non è normale che un mese dopo l`arrivo di un presidente americano ci siano manifestanti in tutte le città, questo non è essere “rosiconi”, questa è paura».

Non è proprio la povera gente che ha votato Trump?
«Quello che mi ha commosso di più, lavorando a questo libro, è la storia di persone delle fasce più deboli, quelle che hanno perso di più e continuano a perdere dallo smantellamento del welfare. Proprio loro spesso hanno votato Trump e saranno i primi a soffrire per le sue politiche».

C`è la possibilità che si arrivi all`impeachment?
«Io credo che ci siano svariate proposte di impeachment, ma le prossime elezioni importanti sono nel 2018, quelle di midterm, dove in ballo c`è il controllo del congresso. Mi pare difficile che i repubblicani, che hanno la maggioranza, si mettano a fare l`impeachment. Perché altrimenti partito repubblicano finisce come il Pd di Renzi, si fa la scissione e si fanno del male».

Non c`è la scissione nella vostra tradizione?
«No. Temo che in Italia oggi ci siano troppe persone perbene che hanno una grande voglia di dire: mannò, ma Trump si calmerà, alla fine sarà molto pragmatico. Io dico: attenzione, accanto a Trump c`è Steve Bannon, detto Darth Vader, uomo amato dal Ku Klux Klan, maestro di fake news».

Nel libro c`è un`intervista anche a Trump. Che impressione ti ha fatto?
«Da vicino Trump mi dava l`impressione di tanti miliardari narcisisti, oligarchi e uomini forti che ho conosciuto. Cerca di essere gentile, ma è un uomo impulsivo. Per tutto il tempo che ho passato con lui non riusciva a focalizzarsi su un singolo tema per più di due o tre minuti. Con me era gentile, ma con il suo staff era tremendo: urlava, insultava, anche davanti a me. Con un presidente così impulsivo, non c`è da stare tranquilli».

Secondo te quanto è stato favorito dalla candidatura di Hillary Clinton?
«Gli americani erano stanchi del clan Clinton. Lei era vista da sinistra come traditrice dei valori dei democratici e dalla destra come l`emblema di un potere dinastico. Per me Bernie Sanders avrebbe vinto».

Addirittura?
«Sì, perché Trump è un estremista e anche Sanders a suo modo lo è, e non avrebbe avuto sulle spalle il peso del risentimento che si è rovesciato contro la Clinton».

E ora Sanders che prospettive ha?
«Non va da nessuna parte. Anzi, se guardiamo al 2020, Trump rischia di essere rieletto, se i democratici si spostano a sinistra con Elizabeth Warren o altri, perché a quel punto potrebbero fare la fine del partito laburista con Corbyn…».
Dici che Sanders avrebbe più successo in Italia? «Sicuramente. Sanders dovrebbe venire in Italia e mettere in una stanza D`Alema, Cuperlo, Bersani, Emiliano, Rossi e Speranza, e dire: eccomi qua, imparerò l`italiano. La sinistra italiana potrebbe trarne beneficio, se avesse un Sanders. Ma non lo vedo».

(Sergio Staino intervista Alan Friedman, da L’Unità del 22 febbraio 2017)

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