La guida pop di Friedman nel labirinto italiano delle banche e delle pensioni

Libero ha recensito il mio nuovo libro, Dieci cose da sapere sull’economia italiana prima che sia troppo tardi (Newton Compton Editori). Buona lettura!

17 febbraio 2018 – Riportare i dieci peccati capitali di un Paese come il nostro, dove i conti non tornano mai, alla schietta essenza, implacabile, spesso imperdonabile, dei loro numeri. Per capire, ad esempio, perché l’Italia non cresce di più, e non crea più posti di lavoro. Perché è poco competitiva sul mercato globale. Come guardare alle prospettive, o ai miraggi, delle pensioni. È questo il contributo principale del nuovo libro di Alan Friedman, Dieci cose da sapere sull’economia italiana prima che sia troppo tardi (Newton Compton Editori, 256 pagine, 10 euro, eBook 4,99 euro). Una guida facile, a tratti didascalica, per affrontare i nodi più critici che interessano i cittadini, e le loro tasche: lavoro, pensioni, mercati, banche.

Come si può far crescere l’economia se non si interviene con una terapia intensiva per guarirci dal fardello dell’enorme debito pubblico, da 2.300 miliardi di euro, più gli interessi? «Un problema ignorato da generazioni di politici italiani», rimarca Friedman: «dalla fatidica crisi dell’euro del 2011 che ha visto l’Italia presa di mira, fino a oggi, nessun governo ha introdotto, e nemmeno promesso, un’azione forte e incisiva per risolvere il problema del debito. Tutti struzzi con la testa sotto la sabbia». Con tutte queste zavorre, tasse, leggi inadeguate, burocrazia, «credo che nel Paese sia possibile creare più posti di lavoro attraverso maggiore flessibilità nella con- trattazione dei salari». E qui entra in gioco la meritocrazia: chi dimostra di essere più brillante guadagna di più, chi è più efficiente viene premiato. «L’imprenditore dovrebbe poter decidere i salari in base ai risultati. Magari pagando una base uguale per tutti», ipotizza il giornalista «alla quale aggiungere dei premi in base alla produttività. Lo so. Tutto questo non piacerà alla Camusso. Né tanto meno a Landini. Me ne farò una ragione».

L’adesione al cosiddetto modello tedesco richiederebbe un cambiamento di mentalità, «ma gli italiani non sono i tedeschi, c’è un divario culturale, oltre che di un modello di regole. Siamo realisti. Cambiare non è facile. Disturba, spaventa, richiede uno sforzo importante». Un capito- lo raccoglie, poi, i dati del primo sondaggio nazionale che l’Ipsos abbia realizzato esclusivamente per un libro. Risultato: gli italiani pensano che nessun politico sia davvero in grado di risolvere i problemi del Paese. Ci sono però delle ricette che permetterebbero all’Italia di risollevarsi: una politica più seria e un governo stabile e forte, in grado di realizzare le riforme necessarie.

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