Matteo Salvini, ritratto di un politico bravo a beccare applausi ma poco esperto di tematiche finanziarie

Secondo appuntamento con Lo Specchio, la mia rubrica su La Stampa dove ogni settimana propongo un ritratto di una delle principali figure della politica italiana. Oggi è il turno di Matteo Salvini. Disponibile su lastampa.it.

7 febbraio 2017 – Matteo Salvini è bravissimo a sfruttare il disagio sociale. Appare convincente agli occhi di molti quando minaccia di usare la ruspa per cacciare i Rom, e spara a zero contro gli immigrati clandestini. Ha un grande talento nel lamentare con enfasi le ingiustizie causate dalle regole di Bruxelles.

Ma in materia economica il leader della Lega non brilla.

La sua grande idea per risollevare le finanze del Paese consiste nell’introduzione di una flat tax. Vuole eliminare tutte le attuali aliquote dell’Irpef e sostituirle con una sola del 15% uguale per tutti, ricchi e poveri. Purtroppo questo sistema porterebbe a una grossa riduzione delle imposte pagate dagli abbienti, mentre le famiglie del ceto medio e medio-basso si troverebbero uno sconto fiscale poco più che marginale. Una misura che determinerebbe una maggiore iniquità sociale e disuguaglianze, un incubo burocratico che rischierebbe di far saltare il funzionamento del Fisco per un bel po’ di tempo. Ma soprattutto: i conti non tornano. L’introduzione di una flat tax, secondo lo staff di Salvini, costerebbe 40 miliardi all’anno in termini di mancate entrate per lo Stato. Tuttavia, è l’argomentazione leghista, l’imponente taglio verrebbe compensato da una riduzione dell’evasione e da una maggiore crescita nel futuro. Ah, be’, grazie per la rassicurazione.
 
Come il suo idolo Trump, Salvini ama fare il protezionista. Qualche giorno fa ha minacciato l’introduzione di dazi alle importazioni in Italia. Ma uno che ha fatto l’europarlamentare per anni dovrebbe sapere che tali misure possono essere imposte solo dall’Unione Europea. Salvini si rivela ancora una volta intellettualmente disonesto o poco informato.

Salvini, a ogni modo, ha studiato bene il suo beniamino, ed è molto bravo a imitare la faccia scura e la voce possente di Trump quando parla degli immigrati, dei musulmani o di chiunque non sia bianco e italiano. Salvini è un ottimo ospite dei talk show, è davvero abile a beccarsi gli applausi del pubblico quando attacca la riforma Fornero o critica le ingiustizie dell’Europa. Ma non è molto esperto di tematiche finanziarie. 

Sulla questione dell’Europa e della moneta, le sue idee si fanno ancora più confuse. Il leader della Lega sostiene: «Quando sarò al Governo proporrò di cambiare i trattati principali, a partire da Maastricht». Okay. Certo, ragionevole. Ma se non dovesse riuscirci? Non è dato saperlo.

Matteo Salvini. L’ho incrociato diverse volte dietro le quinte delle trasmissioni televisive. Ricordo in particolare uno scambio feroce avuto con lui in un talkshow condotto da Gianluigi Paragone, all’epoca ancora leghista e oggi candidato del Movimento 5 Stelle. Il tema era l’immigrazione, e il leader del Carroccio aveva lanciato la sua solita bordata d’insulti contro gli extracomunitari. Mi colpì molto il fatto che, mentre in onda faceva la voce grossa e utilizzava una retorica a dir poco incendiaria, in privato sembrava diverso. A telecamere spente, Salvini appariva calmo, deciso ma pacato, un calcolatore molto attento ai giornalisti e alla sua immagine pubblica. Era il periodo in cui giocava al ragazzaccio un po’ discolo, sfoggiando una felpa diversa in ogni occasione.

Salvini è stato per tutta la sua vita un politico rompiscatole. Si iscrisse al Carroccio a 17 anni, nel 1990, e a soli vent’anni fu eletto consigliere comunale. Nel 1999 fece arrabbiare il sindaco Gabriele Albertini a Milano, e mezza Italia, rendendosi protagonista di una scenetta piuttosto infantile. Durante una visita ufficiale del Presidente Carlo Azeglio Ciampi a Palazzo Marino, il dispettoso Salvini, all’epoca un populista semisconosciuto, si rifiutò di stringergli la mano: «No grazie, lei non mi rappresenta».

Quello stesso anno fu denunciato e condannato a 30 giorni per aver lanciato delle uova contro il premier Massimo D’Alema. Povero D’Alema.

Eletto segretario federale nel 2013, è riuscito nell’intento di accrescere il consenso elettorale della Lega, raggiungendo percentuali a due cifre. La demagogia funziona. Oggi Salvini è in competizione con l’ineleggibile Silvio Berlusconi e sogna di prendere più voti di lui. Accanto al leghista, Silvio appare un moderato, una figura quasi rassicurante.

Salvini ama provocare. È impegnato in una campagna fatta di slogan semplici – da “Aboliremo la Fornero!” a “Flat Tax per tutti!”, fino al classico “Immigrati fuori!” –  e se lo chiami populista sorride e ringrazia.

È molto efficace nell’offrire soluzioni apparentemente facili a problemi complessi, e le sue parole gettano benzina sulle fiamme del disagio sociale per motivi elettorali.
 
Matteo Salvini. Mi astengo dal commentare le sue dichiarazioni sulla tragedia di Macerata: si commentano da sole. 

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