Per tornare a crescere, serve una politica mirata all’occupazione femminile

“Mentre il suo ultimo libro, “Dieci cose da sapere sull’economia italiana prima che sia troppo tardi”, scala le classifiche di vendita, il noto economista ha scelto di scrivere per noi un testo che parla direttamente alle lettrici della nostra testata. Di maschilismo, mancata tutela dei diritti delle donne e del sostegno alla maternità e di un movimento, MeToo, che auspica possa avviare un cambio di mentalità”. D – la Repubblica presenta così l’articolo che ho scritto per il magazine. Lo pubblichiamo qui per i lettori del mio sito. Buona lettura!

13 febbraio 2018 – Per certi versi, per troppi versi, l’Italia del 2018 rimane un Paese maschilista. Da economista, sono fermamente convinto che il Paese si stia facendo del male per la sua incapacità (o mancanza di volontà?) di utilizzare il talento e l’energia di milioni di donne che incontrano troppi ostacoli a entrare nella forza lavoro. Pur crescendo costantemente negli anni, l’occupazione femminile in Italia resta il fanalino di coda dell’Europa. Con un tasso del 49 per cento di donne che hanno un impiego (rispetto al 67 per cento degli uomini) ci collochiamo al penultimo posto: solo la Grecia fa peggio di noi. In Germania, ben il 71 per cento delle donne ha un lavoro. Secondo la Banca d’Italia se l’occupazione femminile arrivasse al 60 per cento il PIL italiano crescerebbe di ben 7 punti!

La mancanza di una tutela maggiore dei diritti delle donne nell’economia e di una politica mirata all’occupazione femminile è un problema serio, e per tutti gli italiani, perché rischia di rallentare la ripresa e la crescita. Se vogliamo parlare in modo serio di crescita dobbiamo affrontare la questione con nuove regole che promuovano l’uguaglianza in termini di stipendi tra uomini e donne, incentivi fiscali per l’occupazione femminile e sovvenzioni che triplichino la copertura di asili nido in tutto il Paese.

In Italia solo il 21 per cento dei bambini sotto i tre anni usufruisce di un servizio di assistenza all’infanzia, una percentuale inferiore alla media europea del 27 per cento e molto lontana dalle performance dei Paesi del Nord Europa come la Danimarca, dove i posti nelle strutture per l’infanzia arrivano a coprire il 62 per cento dei bimbi, o la Svezia, con il 55 per cento. Meglio di noi fanno la Francia, con il 39 per cento, il Regno Unito, con il 30, e la Germania, con il 28 per cento.

Bisognerebbe inoltre incoraggiare l’occupazione femminile con una politica attiva che crei incentivi fiscali per chi assume a tempo pieno e relativa detassazione di lavori part-time o flessibili per le mamme che scelgono questa strada.

Se l’Italia vuole tornare a crescere, gli incentivi per l’occupazione femminile non sono un optional ma una condizione fondamentale. Queste iniziative non sono soltanto per le donne ma per tutti gli italiani perché genererebbero nuovi posti di lavoro, nuovi redditi, nuovi gettiti fiscali e nuovi consumi.

Ma un programma serio deve includere anche un cambio di mentalità. Ci vorrebbe una rivoluzione culturale tra chi detiene il potere nell’industria e nella finanza in Italia, e non solo nella politica. E a proposito di rivoluzioni: sto guardando con partecipe entusiasmo al movimento #MeToo, che ha finalmente portato al centro del dibattito pubblico il tema delle molestie sessuali e degli abusi sui luoghi di lavoro. Si tratta di un fenomeno estremamente pervasivo che non risparmia nessun ambiente e ostacola gravemente l’ingresso e la permanenza delle donne nel mercato occupazionale.

I panni sporchi non si lavano più in casa, e alle donne che stanno coraggiosamente denunciando va tutta la mia solidarietà.

Pubblicato su D – la Repubblica e disponibile su d.repubblica.it

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