Promesse e conti pubblici, le difficili acrobazie di mister Tria

Tra promesse e conti pubblici, il ministro del Tesoro non ha vita facile. Le possibilità sono due: o il nuovo governo farà come dice Tria, e sarà quindi prudente e attento alla tutela dei conti pubblici, o uno dei vicepremier forzerà la mano rischiando una reazione dei mercati. Dalla mia rubrica su La Stampa, Lo Specchio.

6 luglio 2018 – Il ministro del Tesoro Giovanni Tria si trova in una posizione assai poco invidiabile.
 
C’è stato un momento, durante l’audizione di martedì, in cui è stato bacchettato dal suo predecessore Pier Carlo Padoan, il quale ha ricordato l’importanza del corretto utilizzo delle parole per non spaventare i mercati. Il riferimento era forse alla pretesa di Di Maio di approvare subito il reddito di cittadinanza e alle dichiarazioni di Salvini sull’introduzione della flat tax per partite iva e privati già nel 2018. Affermazioni che hanno preoccupato gli investitori, nonostante queste proposte siano state finora bocciate da Tria.

Nel corso dell’audizione, il ministro ha cercato di marcare una «discontinuità» con il suo predecessore, ma allo stesso tempo ha fatto di tutto per mostrarsi ragionevole, prudente e attento alla tutela dei conti pubblici. Tria ha detto esplicitamente di essere consapevole del rischio rappresentato dallo spread, che potrebbe schizzare alle stelle se il governo mettesse in pericolo i conti pubblici. E ha aggiunto che il nuovo esecutivo ha intenzione di far scendere il debito pubblico. Parole magiche per le orecchie dei creditori, delle istituzioni e dei partner europei. Ma, c’è un ma…

Giovanni Tria, durante la sua lunga apparizione in Parlamento, non ha potuto o non ha voluto illustrare in dettaglio la politica fiscale del governo del cambiamento. Non ha spiegato come intende finanziare la flat tax, ma si è limitato a parlare di un approccio graduale nell’introduzione delle nuove misure. Non ha spiegato dove si troveranno le coperture per il reddito di cittadinanza; semplicemente, ha glissato. 
 
Invece lunedì, anche se in modo felpato, il ministro del Tesoro ha rotto per davvero con chi lo ha preceduto lasciando aperta la porta all’idea che il rapporto deficit-Pil possa di nuovo tornare a salire, su verso il tetto del tre per cento, e quindi nella direzione opposta rispetto agli impegni presi finora dall’Italia.  

«Il governo», ha annunciato, «si adopererà per ottenere dalle autorità europee e da questo Parlamento lo spazio necessario per attuare i punti qualificanti del programma di governo annunciato dal presidente del Consiglio nel suo discorso inaugurale». Questa dichiarazione, per chi ricorda come Di Maio in passato abbia sostenuto, sfidando le leggi della fisica, la possibilità di ridurre il debito anche in presenza di un deficit in crescita, non è del tutto rassicurante.

Allo stesso tempo, l’equilibrista Tria ha assicurato che non ci saranno «atti del governo che metteranno in dubbio la tenuta dei conti. Fino a prova contraria non ce ne sono stati». In termini di «atti» il ministro ha ragione. E finché non sarà stata scritta la legge finanziaria, che finalmente in autunno metterà tutto nero su bianco, sarà prematuro dare giudizi. In ogni caso, le possibilità sono due: o il nuovo governo farà come dice Tria, e sarà quindi prudente e attento alla tutela dei conti pubblici, o uno dei vicepremier forzerà la mano rischiando una reazione dei mercati.

Esistono delle forti contraddizioni tra le dichiarazioni d’intenti dei due veri leader del governo Conte, ovvero Salvini e Di Maio, e le affermazioni del ministro del Tesoro. E tutto questo nel momento cui un nuovo decreto, targato di Di Maio, rende più difficile le assunzioni a termine e comincia a smantellare il jobs act e le altre misure che hanno aiutato l’economia. 
 
Il rischio per il Paese, nonostante le parole rassicuranti del ministro Tria, è che si proceda con lo smantellamento di alcune delle riforme strutturali (mercato del lavoro e pensioni) che hanno funzionato in questi anni. E se le cose dovessero andare così, in un periodo di minore crescita del Pil, rischieremmo davvero di andare indietro. Disfare le riforme non è la soluzione ai problemi dell’economia italiana.

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