L'ICONOCLASTA

Brexit, FT: “UK in piena crisi costituzionale”. Il pm Cameron annuncia le sue dimissioni, è ora «molto probabile» un referendum per secessione della Scozia

24 giugno 2016 – Dopo la vittoria del Leave al referendum sulla Brexit, il Regno Unito sprofonda nella crisi costituzionale. Lo scrive senza giri di parole il Financial Times, celebre quotidiano finanziario britannico, che sottolinea come il risultato della consultazione popolare “rappresenta il più grande sconvolgimento politico nel Regno Unito a memoria d’uomo, che crea sconcerto tra gli alleati e catapulta il paese in un periodo di intensa incertezza politica e economica”.

Dopo l’annuncio delle dimissioni da parte del primo ministro David Cameron, la prima ministra scozzese Nicola Sturgeon ha definito l’ipotesi di un nuovo referendum secessionista (della Scozia dal Regno Unito) “altamente probabile”.

Le Borse hanno chiuso in forte calo, in particolare quelle del Sud Europa (Milano, Madrid e Atene), che hanno registrato ribassi superiori al 10 per cento. Il Regno Unito paga invece un crollo della sterlina, scesa al suo livello più basso dal 1985. Preannunciato anche il declassamento della Gran Bretagna, attualmente tripla A, da parte di Standard & Poor’s: «A breve alcuni rating potrebbero essere colpiti incluso quello sovrano e delle controllate».

Stamattina l’Europa si è svegliata sotto choc. Il Regno Unito si è espresso in maggioranza per uscire dall’Unione europea: il 51,9% delle preferenze contro il 48,1% di chi voleva rimanere. Ha votato circa il 72,2% degli aventi diritto. Il primo ministro David Cameron, che ha fatto campagna affinché il Regno Unito restasse in Europa, ha annunciato le sue dimissioni entro ottobre: «I cittadini del Regno Unito hanno scelto di seguire un altro cammino. Hanno bisogno di un nuovo primo ministro».

Se i sondaggi davano una vittoria del fronte Remain con il 52% di voti e una sconfitta del fronte Leave con il 48%, e se all’inizio i primi dati sembravano confortare queste previsioni, proseguendo con lo

scrutinio la situazione ha iniziato a ribaltarsi. La Scozia, l’Irlanda del Nord, Londra e, ovviamente, la piccola Gibilterra, territorio d’oltremare situato sulla costa meridionale della Spagna, hanno votato nettamente per restare nell’Unione europea. Ma tutto il resto del paese ha scelto di uscire. Forte anche la spaccatura generazionale, con i giovani che volevano restare in Europa e i loro genitori e nonni che hanno invece votato per la Brexit.

Sterlina ai minimi dal 1985 («Tutti i passi necessari saranno fatti per rispettare il dovere di mantenere la stabilità monetaria e finanziaria», ha dichiarato il presidente della Bank of England), panico sui mercati.

Il primo ministro dimissionario era stato tra i maggiori sostenitori della permanenza nell’Ue: durante la campagna elettorale del 2015, su pressioni di diversi membri del Tory e dei nazionalisti dell’Ukip di Nigel Farage, aveva lui stesso, inizialmente favorevole alla Brexit, promesso di indire questo referendum, cosa che ha poi fatto una volta vinte le elezioni. Tuttavia Cameron aveva poi cambiato idea nel momento in cui, lo scorso febbraio, le istituzioni comunitarie hanno accolto diverse sue richieste in direzione di una maggiore autonomia del Paese su temi di politica estera ed economica.

Le dimissioni di Cameron erano state richieste con forza, appena noti i risultati, dal grande vincitore di questo referendum, Nigel Farage, il più grande sostenitore del fronte del Leave. Cameron dovrebbe lasciare? «Immediatamente», era stata la risposta del leader Ukip. «La prima cosa di cui bisogna occuparsi ora è di avere un governo che sia devoto alla Brexit. Questa è la chiave. Credo che sia davvero difficile (per Cameron, ndr) restare come primo ministro, dopo essersi speso così pesantemente nella campagna (per il Remain, ndr) e averci raccontato che sarebbero accadute cose spaventose se avessimo scelto di lasciare, recessione, minacce di guerra e tutto il resto. Trovo difficile credere che possa diventare il primo ministro della Brexit. Posso sbagliarmi, ma ne dubito». E ancora: «Ricordiamo il 23 giugno come il nostro Indipendence Day».

Un’altra conseguenza, e questa ancora più pesante, riguarda il destino della Scozia, che ha votato in maggioranza per rimanere membro dell’Ue. La prima ministra Nicola Sturgeon, riporta la stampa inglese, sta cercando di capire in queste ore se Già chiedere, subito, con chiarezza un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito (la prima consultazione, lo scorso anno, aveva visto la vittoria dello status quo per pochissimo) o semplicemente limitarsi per il momento a mettere nuovamente sul piatto questa ipotesi. Tensioni anche in Irlanda del Nord, dove il vicepremier del governo di coalizione Martin McGuinness, ex Ira e ora uno dei leader degli indipendentisti dello Sinn Féin, ha dichiarato che l’isola dovrebbe avere la possibilità di votare su una riunificazione.

E ancora, questo voto potrebbe avere un effetto domino in un momento in cui il disagio nei confronti dell’Unione europea è molto forte in quasi tutti i paesi membri dell’Ue. O almeno lo sperano i leader euroscettici, in testa la francese Marine Le Pen, che ha salutato la Brexit con un tweet: «Vittoria della libertà! Come domando già da anni, bisogna organizzare lo stesso referendum in Francia e negli altri paesi dell’Ue». E ancora, il partito euroscettico olandese PVV sta anch’esso pressando per un referendum sull’appetenza all’Ue: “Il Regno Unito ha mostrato all’Europa la strada verso il futuro e la liberazione”.

Il Regno Unito era diventato membro dell’Ue nel 1972 e aver confermato questa scelta in un referendum tre anni dopo. Ora ci troviamo di fronte a una situazione inedita: mai nessun Paese prima aveva lasciato l’Ue. Secondo i trattati, inizia ora un negoziato, della durata di almeno due anni, tra il Regno Unito e i 27 rimanenti leader dell’Unione europea per definire le condizioni della fuoriuscita. Nel frattempo il Regno Unito è tenuto a rispettare i trattati e le leggi europee, senza tuttavia poter prendere parte ad alcun processo decisionale.

Oggi c’è stato a Bruxelles un incontro tra il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, quello del Consiglio europeo, Donald Tusk, e del Parlamento europeo, Martin Schulz. Presente anche il premier olandese Mark Rutte, il cui paese detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue. In programma anche una sessione plenaria straordinaria del Parlamento europeo e, il 28 e 29 giugno, un vertice dei capi di Stato e di governo.

Photo Credits: Adrian Dennis/AFP/Getty Images

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