Ce la farà il capitalismo italiano?

Un libro senza mezzi termini, che guarda indietro per guardare avanti. Un viaggio straordinario attraverso la politica, l’economia, la società italiana. È il primo libro a raccontare con chiarezza la storia di un paese a un bivio, lo stesso al quale ci troviamo oggi.

MILANO La Borsa di Milano è la casa dell’ insider trading che si consuma ogni giorno e rischia di diventare la Palermo delle Borse europee. Mentre Mediobanca viene dipinta quale il vero muro di Berlino del capitalismo italiano, un muro che tiene fuori migliaia di piccoli e medi imprenditori. Bastano queste due dichiarazioni per capire che Ce la farà il capitalismo italiano?, editore Longanesi, il libro di Alan Friedman, l’ ex corrispondente del Financial Times da Milano, presentato ieri da Indro Montanelli, Vittorio Merloni e Francesco Micheli, farà sicuramente parlare di sé. D’ altronde Friedman alle polemiche c’ è abituato. E lo ha dimostrato con il suo volume precedente Tutto in famiglia dedicato alle vicende pubbliche e private degli Agnelli. Un libro attaccato con estrema durezza da numerosi commentatori quando non è stato del tutto ignorato. Questa volta, però, Friedman alza il tiro e sottopone ad una critica spietata ma affettuosa tutto il sistema politico-economico del nostro paese. Certo, l’ autore è convinto che alla fine il capitalismo italiano ce la farà. Se non altro per gli sforzi e i sacrifici dei veri eroi, le migliaia di piccoli e medi industriali che lottano ogni giorno per farsi spazio senza avere il credito facile o la protezione dei politici o delle banche. Ed é contro questi ultimi ma anche contro una consistente minoranza dei giornalisti economici italiani che danno informazioni false, fanno insider trading e sono corrotti che si é scagliato Friedman. In effetti da questo volume traspare quanto meno l’ inadeguatezza dei politici del nostro paese. Lui, Friedman appare convinto dell’ estrema necessità di approvare una legislazione sull’ Opa e sull’ insider trading. Però non crede che il governo Craxi-Andreotti, voglia perseguire queste riforme. Sono scettico – aggiunge – sulle intenzione di un governo impegnato nella rilottizzazione e che potrebbe durare fino al 1992. Per Friedman Andreotti ha una concezione della finanza da anni 70. Craxi non sarebbe da meno mentre Occhetto da alcune sue risposte appare un kabulista. Il che dimostra che il Pci oltre a cambiare di nome deve anche cambiare di fatto. Insomma, ce n’ è per tutti, anche per i grandi capitalisti. Scontato l’ atteggiamento negativo verso gli Agnelli (nel volume viene considerata con scetticismo la capacità della Fiat di reggere alla concorrenza internazionale) Friedman affronta il tema dei rapporti fra Carlo De Benedetti e l’ informazione. Non sono né un missionario né un masochista avrebbe detto quest’ ultimo al corrispondente del Financial Times riferendosi ai suoi interessi nella Mondadori. Replica l’ autore: Nasce così per la prima volta quella forma di autodifesa che potremmo definire il così fan tutti’ ‘ .

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