L'ICONOCLASTA

Il premier è il faro del dopo Merkel

Il mio editoriale pubblicato ieri su La Stampa

Quando la polvere della Storia si sarà posata sul G-20 di Roma, è probabile che il summit non verrà ricordato tanto per i risultati raggiunti – il consenso sulla tassa minima per le multinazionali o sull’obiettivo di limitare a 1,5 gradi l’aumento della temperatura – quanto per la forza con cui una singola personalità si è imposta sul palcoscenico globale. Un uomo già conosciuto ma che al G-20 ha fatto il suo debutto internazionale come lo statista più importante d’Europa nell’era post-Covid. Probabilmente per gli storici del futuro il G-20 simboleggerà anche il momento in cui il mondo intero avrà preso coscienza che «Italy is Back!!». L’economia è forte, la leadership è autorevole, il premier è riconosciuto come il salvatore dell’euro. La prossima sfida che dovrà affrontare? Magari sarà lui a salvare la democrazia liberale occidentale, una volta che Merkel sarà fuori dalle scene. Sì, Mario Draghi è emerso all’interno del G-20 per certi versi come l’erede naturale di Angela Merkel. Cosa ancora più importante, il mondo intero ha ormai preso nota di tutto ciò che Draghi ha saputo realizzare in soli otto mesi a Palazzo Chigi: ha vaccinato l’80 percento della popolazione, ha riscritto il Pnrr e ha programmato investimenti per un totale di 220 miliardi di euro nell’arco di cinque anni, istituendo nel frattempo un sistema di green pass che funziona e lanciando una serie di importanti riforme strutturali. Tutto questo mentre guidava l’economia italiana, circondato da un team di comprovata competenza. Recensioni entusiastiche della leadership di Draghi sono piovute dai media di ogni parte del mondo. Vedere Biden che si congratula con lui ne è stata una conferma lampante. Si è scritto molto della frase con cui il nuovo presidente Usa l’ha salutato venerdì a Palazzo Chigi: «You are doing a hell of a job!». In inglese significa «Stai facendo un lavoro superbo», un lavoro eccezionale. Una lode sperticata, espressa con un linguaggio informale, da lavoratore blue-collar del Delaware che beve birra. Com’è ovvio, Biden aveva anche un suo messaggio da lanciare. Voleva convincere Draghi e gli altri alleati europei del G-20 che “l’America è tornata”, o forse, più precisamente: «Questa volta l’America è tornata sul serio come vero alleato, lo giuro!». Ci ha provato, ed è riuscito a mostrare parecchia buona volontà. Ha voluto, per esempio, stabilire una tregua nella guerra dei dazi iniziata dal suo predecessore. L’accordo annunciato domenica, che permetterà di rimuovere i dazi su più di 10 miliardi di dollari di rispettive esportazioni, ha un’importanza anche simbolica. Così Biden mette fine a un conflitto che ha fatto arrabbiare l’Europa durante l’epoca trumpiana. Biden ha provato a sistemare la crisi diplomatica che era scoppiata con il presidente Emmanuel Macron, cosa che ha fatto ammettendo che l’accordo Aukus dei sottomarini era stato gestito “clumsily”, in modo goffo, dalla Casa Bianca. E ha cercato di rassicurare i leader di tutto il mondo che riuscirà davvero a procurarsi i 555 miliardi di dollari per combattere il cambiamento climatico, nonostante i fondi siano ancora in bilico al Congresso. Ha detto che presenterà altre iniziative rivolte all’ambiente alla COP 26 di Glasgow, la 26esima Conferenza Onu sul cambiamento climatico. Ma a casa, Biden ha una strada accidentata davanti a sé, soprattutto con Donald Trump e i suoi seguaci di estrema destra che gli tengono il fiato sul collo e minacciano di fare a pezzi la fragile maggioranza che lo sostiene al Congresso alle elezioni di midterm del 2022. È per questo che per l’Europa è importante avere una personalità che sia in grado di prendere il posto di Merkel. Per molti anni la Cancelliera è stata la vera bussola morale del continente, una leader credibile che ha saputo tenere testa a Trump e difendere i valori europei: i diritti umani, lo stato di diritto, la democrazia liberale, il multilateralismo. L’Europa ha bisogno di una guida salda oltre a Ursula von der Leyen, per disinnescare la minaccia di una democrazia di stampo illiberale sulla scia della Polonia o dell’Ungheria. Ha bisogno di una voce che condanna il protezionismo o i nazionalisti. Un leader europeo che sappia preservare la tradizione atlantista e non si mostri debole al cospetto di Putin o Xi. E pare che quella persona, almeno giudicando dalla sua performance al G-20, si chiami Mario Draghi. Lui rimane umile, addirittura scherzando in conferenza stampa ieri sulla “cosiddetta grande influenza che l’Italia avrebbe acquisito” e facendo notare che lui non ci crede. Ed è chiaro che l’Italia non avrà in futuro più peso della Germania. Ma è anche vero che al G-20 in questi giorni abbiamo visto una leadership italiana sul palco mondiale che io faccio fatica a ricordare nella storia recente. Non è poco.