La vicepresidente del Parlamento Ue passata ai Democratici Europei «Il partito paga un prezzo politico, il campo largo così non è credibile»
Onorevole Picierno, lei ha lasciato il Pd dicendo che stava diventando meno europeista e più populista. Che cosa sta succedendo nel centrosinistra italiano?
«Intanto, forse con una battuta, non sono andata via io: forse sono loro ad aver cambiato indirizzo. Ho contribuito a fondare quel partito, dopo essere stata leader dei giovani della Margherita. Il Partito democratico era nato per tenere insieme culture politiche diverse: quella liberale, quella cattolico-democratica e quella socialista. Lo sforzo era dare una casa ai riformisti italiani. Per un partito che ha scelto l’aggettivo democratico, il pluralismo era un elemento fondativo. Oggi, invece, sotto la segreteria Schlein, le differenze non sono più percepite come una ricchezza, ma come un problema».
Il problema è una deriva verso una sinistra più radicale?
«Il problema riguarda non soltanto questo ma la natura del Pd. Era nato per tenere insieme pensieri diversi. Oggi dire che si è liberali dentro il Pd significa spesso essere additati come avversari. Io sono una liberal-socialista con una cultura profondamente liberale».
Le faccio una domanda molto diretta. Quanto condiziona oggi Giuseppe Conte Elly Schlein?
«Io credo molto ed è una delle ragioni per cui ho deciso di lasciare il Partito democratico. La forza del Movimento 5 Stelle non sta più tanto nel consenso elettorale, che oggi è molto inferiore rispetto al passato, quanto nella capacità di condizionare altre forze politiche che dovrebbero mantenere una linea chiara e coerente. Questo condizionamento esiste ed è profondo».
Lei ha spiegato in un’intervista al Foglio che il nodo centrale riguarda l’Ucraina e la difesa europea. Conte è stato accusato di essere filoputiniano come Salvini e Vannacci. Si può paragonare il modo in cui Conte condiziona Schlein al modo in cui Salvini e Vannacci condizionano Meloni?
«Non so se le due cose siano paragonabili. Però ho assistito a una discussione parlamentare nella quale si è partiti da punti che per Conte sono irrinunciabili: la contestazione di impegni assunti dall’Italia in sede Nato e di impegni assunti a livello europeo e internazionale. Sono questioni che riguardano non solo la postura europea dell’Italia ma anche la serietà di una forza politica. Credo che questo condizionamento esista e sia molto profondo. Ho più volte sottolineato, per esempio, che Elly Schlein non è mai andata a Kyiv in questi anni, così come non ci è mai andato Giuseppe Conte. È un fatto politico di prima grandezza, non un dettaglio».
Quindi secondo Lei è questo condizionamento che spiega perché Schlein non ha preso le distanze da Conte quando si è espresso contro l’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea?
«Lei coglie un punto essenziale. Per anni molti esponenti del Pd hanno ripetuto che mancava un’iniziativa diplomatica europea. Ma discutere dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea cos’è se non una grande iniziativa diplomatica? Integrare un Paese aggredito dall’imperialismo significa trasformare la solidarietà in una scelta concreta. Significa affermare che la risposta alla violenza del regime fascista di Putin non è la neutralità ma è l’integrazione europea. Di fronte a questa prospettiva, invece, sono prevalsi i “ma”, i “forse”, i “vedremo” e i “no”. Per me è inaccettabile. Non riesco a immaginare nulla di più progressista dell’integrazione europea come risposta alla violenza di un regime autocratico».
Ed è per questo che i critici dell’Italia a Bruxelles ritengono che sia il ventre molle dell’Europa?
«L’Italia è il ventre molle per l’incertezza delle posizioni politiche che esistono sia nel centrodestra sia nel centrosinistra. Nel centrodestra Giorgia Meloni ha subito per anni una forte influenza della destra putiniana».
Però va detto che Meloni ha difeso l’Ucraina e la Nato. Domani Merz, Macron e Starmer, i leader europei, si incontrano a Londra. Perché non ci sarà anche Meloni domani?
«Bisognerebbe chiederlo a lei. Ma penso che il più grande errore di Giorgia Meloni sia non aver collocato l’Italia nel luogo che le spetta naturalmente: nell’avanguardia europeista dei volonterosi. Ha preferito tenere due piedi in una scarpa: presentarsi come la migliore alleata di Trump in Europa, e allo stesso tempo cercare di mantenere la credibilità presso gli altri leader europei. Ma io penso che non si possono servire due padroni».
Lei sostiene addirittura che Trump e Putin abbiano lo stesso obiettivo?
«Sì. Trump e Putin hanno lo stesso obiettivo: disarticolare l’Europa. Per loro l’Europa rappresenta un problema perché incarna l’idea che il potere possa essere limitato, che la democrazia abbia una forza e che libertà, diritti e Stato di diritto vadano protetti. Questa idea né Putin né Trump la tollerano».
Passiamo alle prospettive del 2027. Lei ha aderito al Partito Democratico Europeo, nella famiglia di Renew Europe. In Europa i liberali sono uniti, in Italia restano divisi.
«Ho aderito al Partito Democratico Europeo, fondato da Romano Prodi, perché rappresenta bene ciò in cui credo: la difesa della democrazia liberale, un europeismo convintissimo e l’idea che l’Europa debba tornare al centro anche del dibattito politico italiano. È vero che in quell’area esistono molte divisioni, ma il mio impegno sarà quello di provare a far prevalere il senso di responsabilità».
Ok a livello europeo, ma a livello italiano Matteo Renzi e Carlo Calenda si odiano, e poi c’è Magi e Marattin e gli altri. Riusciranno mai a stare insieme?
«Dipenderà dalla capacità di mettersi intorno a un tavolo e ragionare. Io continuo a credere che sia possibile tenere tutto insieme».
Campo largo o campo minato?
«Io ho lasciato il Partito democratico per le stesse ragioni per cui il campo largo non è oggi un’alternativa credibile alle destre: troppe divisioni e poca cultura di governo. Dobbiamo costruire un campo alternativo alla destra populista di Giorgia Meloni, ma deve essere alternativo anche al populismo che oggi esiste in una parte della sinistra».
Se nel 2027 la scelta fosse tra vincere con Conte dentro il campo largo, o perdere senza Conte, allora voi liberali finirete comunque alleati con Conte? Lei si mette dentro o fuori un campo largo che contiene M5S?
«Dipende da che cosa sarà il campo largo e quale sarà il suo programma. Io sono convintamente fuori dai due populismi che tanto danno hanno fatto al nostro Paese. Al centro devono esserci l’Italia e l’Europa. Sono convinta che una sintesi credibile sia possibile, ma nel campo democratico ed europeista non c’è spazio per il populismo».
Se la capisco bene, lei sta dicendo tre cose: che Giuseppe Conte condiziona troppo Schlein, che la linea di Conte allontana il centrosinistra dall’Europa e dalla Nato, e che il Pd sta pagando un prezzo politico per la sua dipendenza dal Movimento 5 Stelle. È una sintesi corretta?
«È una sintesi perfetta. Non solo corretta».






