Dieci cose da sapere sull’economia. Da dove viene il debito pubblico?

Come ha fatto l’Italia ad accumulare un debito pubblico pari a oltre 2300 miliardi di euro, il 133 per cento del pil? La risposta è all’interno di Dieci cose da sapere sull’economia prima che sia troppo tardi (Newton Compton, 2018), di cui pubblichiamo un breve estratto dal primo capitolo.

22 ottobre 2018 – (…) La questione del debito risale all’epoca di Bettino Craxi e Giulio Andreotti, a quegli anni Ottanta che l’hanno visto raddoppiare fino a superare il 100 per cento del prodotto interno lordo nel 1992. Quell’anno, al timone di un’Italia scossa dai mercati e con i postumi della sbornia dopo la baldoria finanziaria del decennio precedente e l’epoca del Pentapartito e della Milano da bere c’era Giuliano Amato. I politici della Prima Repubblica hanno usato la risorsa del debito come un juke-box, una sorta di bancomat per finanziare i loro magheggi. Hanno drogato i cittadini con promesse elettorali sempre più onerose, e finanziato il boom economico con un incremento del debito pubblico. Il motto della Prima Repubblica era: “Allegria!”. Socialisti, democristiani e comunisti hanno fatto a gara a chi prometteva di più finanziando queste promesse con il ricorso alla leva della spesa pubblica.

E dopo? Nei nove anni in cui si sono succeduti i governi di Berlusconi, il debito è aumentato di circa 555 miliardi. Negli anni di Prodi è andata meglio, durante i suoi due governi il debito in rapporto al pil è sceso. Ma dall’inizio della crisi in Italia, cioè dal 2007, il debito è salito ininterrottamente, soprattutto perché il prodotto interno lordo si è contratto, riducendosi di quasi 10 punti percentuali tra il 2008 e il 2013, prima di iniziare a crescere (poco) nuovamente. Minori guadagni si traducono in minori possibilità di ripagare i debiti, anche quando il costo del denaro è vicino allo zero, come è stato in questi ultimi anni. Comparando quindi i due dati – il prodotto interno lordo, che attualmente ammonta a circa 1700 miliardi, e il debito pubblico, di circa 2300 miliardi – si arriva al famoso rapporto debito/ pil. Ed eccoci qua, con un debito pubblico pari al 133 per cento del pil.

Ecco perché il debito schiaccia e rallenta la crescita: ci appesantisce, ci fa crescere di meno perché dobbiamo prima di tutto lavorare per pagarne gli interessi, e solo successivamente potremo trovare le risorse per gli investimenti che creano occupazione e fanno progredire l’economia italiana. Un Paese troppo indebitato non può investire sul proprio futuro.

Dalla fatidica crisi dell’euro del 2011 che ha visto l’Italia presa di mira, fino a oggi, nessun governo ha introdotto, e nemmeno promesso, un’azione forte e incisiva per risolvere il problema del debito. Né Monti, Letta, Renzi o Gentiloni, così come neppure Berlusconi quando avrebbe potuto: nessuno di loro ha affrontato la questione. Tutti struzzi con la testa sotto la sabbia. L’intera classe politica italiana. Quelli vecchi e quelli nuovi, quelli rottamati e quelli che promettevano la rottamazione.

La verità è che il debito dovrebbe essere responsabilità di chi è alla guida del Paese, dei nostri governanti, ma almeno tre generazioni di politici italiani hanno abdicato a questo compito permettendo che il gravame aumentasse a dismisura, mettendo a rischio la stabilità economica di oltre 60 milioni di italiani e creando una maledetta eredità che siamo costretti a portare sulle nostre spalle, e che i nostri figli e nipoti dovranno portare dopo di noi (…).

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