«Cari italiani, non credete alle favole». Il Messaggero su Dieci cose da sapere sull’economia italiana

Il Messaggero ha pubblicato una recensione del mio nuovo libro, Dieci cose da sapere sull’economia italiana prima che sia troppo tardi (Newton Compton Editori).

8 febbraio 2018 – Gli anglosassoni,si sa, hanno la capacità di spiegare in modo semplice e chiaro questioni complesse o aggrovigliate. L’ “Economia” è indubbiamente materia ostica, e se poi al sostantivo si aggiunge l’aggettivo “italiana” l’intervento di un osservatore di matrice anglofona può essere fecondo. È questo il filo rosso dell’ultimo libro di Alan Friedman (Dieci cose da sapere sull’economia italiana, Newton Compton, 10 euro), presentato ieri a Roma alla presenza del ministro dello Sviluppo Carlo Calenda: raccontarci con semplicità le ragioni per le quali da anni ci sentiamo maltrattati senza riuscire a uscirne.

Il pregio principale del libro sta nel bagno di verità che consente al lettore. Il racconto non è consolatorio: niente carezze al “bravo” italiano infinocchiato dal politico di turno e rapinato dai direttori di banca.

La fotografia dell’Italia è netta: l’economia non funziona perché il Paese negli ultimi decenni non ha adottato le riforme fatte dalle nazioni che hanno scelto la strada dell’efficienza, come Germania e Gran Bretagna. Noi abbiamo preferito restare nel guado e credere a molte favole. Come ad esempio quelle sulle pensioni.

Friedman si chiede: era proprio necessario alzare l’età pensionabile a 67 anni? E la risposta è un semplice, netto, chiarissimo: “sì”. Non per devozione alle lacrime della ministra Elsa Fornero ma perché l’intera società italiana, non solo la politica, tende a ballare sulla catena montuosa del terzo debito pubblico mondiale invece di trovare la forza di abbassarlo, come farebbe ogni famiglia che si sente in bilico.

Quella riforma, ci dice questo libro, avremmo dovuto farla molto prima. Intanto per equità, perché oggi abbiamo molti milioni di pensionati che prendono più di quello che hanno versato, ma poi per iniettare risorse nell’economia che produce e ridare un futuro ai giovani.

Già. Ma perché, visto che gli italiani lavorano tanto e gli imprenditori riescono ad esportare moltissimo, la nostra economia crea così pochi posti di lavoro? La risposta di Friedman è chiara: perché lasciamo tutto a metà. Le riforme (pensioni a parte) non sono mai definitive. La politica vive di instabilità. Le scelte, anche dure, non liberano mai il pettine da tutti i nodi. Come ad esempio quelle fatte sul fronte bancario. I cui salvataggi, Friedman avverte, non sono finiti e costeranno ancora decine di miliardi quando la Banca Centrale Europea smetterà di iniettare liquidità nel sistema. Perché? Un dato su tutti: in Germania ci sono 19 filiali bancarie ogni 100.000 abitanti, in Italia 49.

Le verità di Friedman sulle nostre inefficienze sono pesanti ed amare. E come elettori – è il consiglio in italiano di un osservatore anglofono – faremmo bene a metabolizzarle invece di dare credito ai pifferai magici del marketing politico. «Prima che sia troppo tardi», recita l’ultima riga del titolo del libro.

Il Messaggero del 2 febbraio 2018, recensione di Diodato Pirone.

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