Economia – Ciclone Trump, ma fatti pochi

Dall’addio all’Obamacare, che vale 900 miliardi, ai tagli delle tasse (15-20%), fino alle misure per Wall Street: le promesse di The Donald sono finite nel congelatore dello scandalo Russiagate. E adesso che succede? Tutti i piani saranno ridimensionati e la loro realizzazione slitterà al 2018. Ecco perché la borsa si è fermata. Il mio editoriale, pubblicato lunedì su Corriere Economia.

24 maggio 2017 – Quali saranno gli effetti dello scandalo Russiagate sulle promesse di Donald Trump di una serie di tagli alle tasse e stimoli alla crescita dell’economia degli Usa? Che fine faranno le promesse di portare al 15% la corporate tax e la discussione su una border tax che avrebbe punito chi importa troppi materiali dall’estero? Che fine farà la promessa di lanciare un mega programma di stimoli attraverso un piano di investimenti nelle infrastrutture da mille miliardi di dollari? Che fine farà l’idea di smantellare la legge Dodd Frank e lasciare più libere le banche di Wall Street attraverso un piano di deregulation? E, più in generale, quale sarà l’impatto della nomina di un procuratore speciale – chiamato a indagare sui sospetti legami tra la campagna di Trump e gli uomini di Putin – sulla capacità dell’amministrazione Trump di portare avanti qualsiasi nuova legge, che si tratti di economia o dell’abolizione dell’Obamacare?

Sappiamo già che il famoso “Trump rally” a Wall Street e in altre borse del mondo – iniziato nel novembre scorso e continuato per diversi mesi nella speranza di deregolamentazioni, tagli delle tasse e investimenti nelle infrastrutture – è diventato piuttosto una “Trump paura” e si è sgonfiato. Nei mercati finanziari, negli ultimi giorni, la parola d’ordine è stata “paura” e non “speranza” perché il ragionamento degli investitori, particolarmente quelli più emotivi, si può riassumere in questa domanda: “Se lo scandalo di Russiagate rischia di portare avanti un crescente numero di richieste di impeachment, e non solo tra i democratici, Trump sarà in grado di portare a compimento le politiche economiche che aveva promesso, a cominciare dai tagli delle tasse?”.

Qual è la verità? Non ho la sfera di cristallo ma posso offrire la mia previsione in termini semplici: ci sarà qualche taglio delle tasse, qualche deregolamentazione. Ma probabilmente qualsiasi via libera dal Congresso arriverà più tardi di quanto i mercati si aspettavano, cioè nel 2018 e non quest’anno. E, quando arriveranno, queste misure saranno diluite, meno forti e incisive del previsto. In altre parole: meno tagli alle tasse e deregulation, meno spese per l’infrastruttura, e uno slittamento della loro attuazione.

Questo non vuol dire che i repubblicani al Senato (con il leader Mitch McConnell) e alla Camera (con Paul Ryan) non cercheranno, insieme alla Casa Bianca, di spingere già nelle prossime settimane per una riduzione del prelievo fiscale. Lo faranno.

Ma la realtà politica è che negli ultimi giorni abbiamo visto una sorpresa dopo l’altra. Il cerchio si stringe attorno a una Casa Bianca in crisi, non solo per il licenziamento del capo dell’FBI Jim Comey, ma specialmente per i suoi appunti che indicano pressioni illecite da parte di Trump affinché si chiudesse l’indagine sull’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn. La nomina mercoledì scorso (il 17 maggio, ndr) di un procuratore speciale indica quanto grave sia la situazione politica a Washington.

Questo è il contesto e oramai Trump non può più contare sulla lealtà di diversi repubblicani. Molti di questi, al Senato, non accetteranno sgravi fiscali suscettibili di far aumentare troppo il deficit e il debito, e diversi senatori pretenderanno un piano deficit-neutral: a ogni taglio delle imposte deve corrispondere un equivalente calo della spesa pubblica. Il taglio più importante per Trump sarebbe l’abolizione dell’Obamacare, che farebbe “risparmiare” quasi 900 miliardi nell’arco di 10 anni, sufficienti a giustificare tagli massicci alle imposte. Ma il Senato non sembra disposto ad approvare un’abolizione completa della riforma, e di conseguenza nemmeno i massicci sgravi fiscali. In parole povere: diversi repubblicani al Senato non condividono l’approccio della Camera, che taglierebbe quasi 900 miliardi di dollari dalla sanità lasciando 20 milioni di americani in più senza copertura sanitaria. E ci vorranno diversi mesi prima che i repubblicani al Senato riescano a mettersi d’accordo su una loro proposta di riforma sanitaria. Allora i negoziati sul deficit di budget domineranno il dibattito.

Anche perché il tempo stringe, e le sfide delle politiche di riforma fiscale si stanno facendo più evidenti. La Casa Bianca ha già infatti fatto retromarcia sull’idea di una imposta aggiuntiva sulle importazioni, che avrebbe contribuito a finanziare il previsto taglio delle aliquote per le imprese, portandole al 15 o 20 percento.

Mentre alcuni repubblicani stanno mostrando una certa apertura nei confronti di tagli alle tasse, anche se innalzerebbero il deficit, va ricordato che una legge richiede che la politica fiscale sia neutrale sotto il profilo del disavanzo e quindi qualsiasi sforbiciata potrebbe essere temporanea. Inoltre i repubblicani potrebbero dover dover ridurre sostanzialmente l’ammontare dei tagli delle tasse.

Secondo un’analisi del piano fiscale di Trump da parte del Center for a Responsible Federal Budget, questo incrementerebbe il deficit americano di almeno 3,500 miliardi, forse di più. Un’altra analisi recente e a lungo termine, pubblicata dal Congressional Budget Office, ha guardato il debito. Se si aggiungessero 2mila miliardi di dollari al deficit come risultato dei tagli alle imposte e altri programmi di stimolo, ad esempio gli investimenti nelle infrastrutture, questo metterebbe gli Stati Uniti in marcia verso un rapporto debito/Pil del 202% in trent’anni.

Con la crisi in cui è sprofondata la presidenza degli Stati Uniti a causa dello scandalo Russiagate, le prospettive per le iniziative economiche non sono scomparse; tuttavia saranno meno importanti del previsto e slitteranno nel tempo. Per la Casa Bianca sarebbe una strategia intelligente cambiare argomento e spingere immediatamente per i tagli delle tasse. Ma in coerenza e strategia, finora, la Casa Bianca non si è mostrata molto capace.

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