Coronavirus, Salgado: “Subito sanzioni contro Bolsonaro. ​​​​​​​In Amazzonia si rischia il genocidio”

La mia intervista al fotografo brasiliano, pubblicata oggi su La Stampa: «Il presidente non ha etica, il Covid sarà un massacro per gli indigeni». Poi l’appello: «Il virus portato dai cercatori d’oro e da chi disbosca la foresta. Il mondo faccia pressioni sul governo».

26 aprile 2020 – Sebastião Ribeiro Salgado, celebre fotoreporter brasiliano che da diversi anni vive a Parigi, è la coscienza dell’Amazzonia. Considerato uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi, è un profondo umanista, capace di restituire in ogni sua immagine la dignità delle persone ritratte, nel contesto delle tragedie più orribili. In una lunga intervista, in esclusiva per «La Stampa», Salgado denuncia senza mezzi termini il rischio che le comunità indigene dell’Amazzonia vengano decimate a causa del contagio da Covid-19, portato da avidi cercatori d’oro e persone dedite al disboscamento illegale. Sostiene che il presidente brasiliano Jair Bolsonaro sia impegnato a distruggere la democrazia nel suo Paese, e stia mettendo a rischio la sopravvivenza degli ultimi trecentomila indiani dell’Amazzonia. Per questo lancia qui un appello mondiale per mettere sotto pressione il governo, il parlamento e la corte suprema brasiliani, arrivando fino a chiedere sanzioni economiche per difendere i diritti umani degli abitanti dell’Amazzonia, per salvare loro la vita. Di seguito, i brani più rilevanti dell’intervista.

Qual è la situazione del contagio da covid-19 in Brasile, Paese in cui lei è nato? Come sta gestendo l’emergenza il governo di Jair Bolsonaro, che ancora oggi continua imperterrito a negare la pericolosità della pandemia? E qual è l’attendibilità dei dati che vengono forniti dalle autorità?
«La situazione è complicata. Per affrontare un problema enorme come questo, per combattere la pandemia, dobbiamo agire tutti insieme. Il grande problema in Brasile è che il potere è spaccato. Abbiamo un presidente che non ha la minima etica. Dovrebbe essere in quarantena e rispettare la distanza tra le persone. Ma non lo fa. Organizza incontri affollati. Dice alla gente di abbandonare la quarantena. Dall’altro lato abbiamo i governi degli Stati e le principali città del Brasile che sono molto responsabili. Ma è difficile: il Brasile non è un Paese ricco. Non ci sono abbastanza servizi sanitari pubblici o tanti ospedali come in Europa. I dati affidabili, i dati che abbiamo, non sono quelli forniti dal governo. Sono il numero di morti che riceviamo dagli ospedali. In molte aree i malati non raggiungono mai gli ospedali, e in queste aree ci sono enormi concentrazioni di persone e un numero enorme di morti.

I veri numeri sarebbero quindi molto più elevati?
«Molto più alti. Ho visto alcuni giorni fa le informazioni fornite da un gruppo di scienziati brasiliani che credono che i numeri reali siano almeno nove volte superiori a quelli che ci vengono dati».

La scorsa settimana, Bolsonaro ha costretto alle dimissioni il suo ministro della Salute Luiz Mandetta, colpevole di agire secondo i dettami della scienza. Bolsonaro ricorda molto Trump: a nessuno dei due piace quando uno scienziato, o un medico non è d’accordo con loro. È così?
«Ecco, il comportamento di Bolsonaro non è solo una questione relativa al coronavirus. Bolsonaro, come Trump, non rispetta le istituzioni. Vuole distruggere le istituzioni, molto probabilmente per sostituirle con un altro ordine. Ci sono voluti centinaia di anni per costruire le istituzioni in Brasile. Il comportamento di Bolsonaro nei confronti della comunità indigena, dell’ambiente, della cultura, della salute pubblica, è lo stesso; è un comportamento di destabilizzazione dell’ordine esistente così da poter creare qualcosa di diverso».

Sta dicendo che Bolsonaro mette in pericolo la democrazia in Brasile…
«Assolutamente sì. Domenica scorsa abbiamo assistito a un grande raduno a favore della dittatura, una manifestazione di un’organizzazione che vorrebbe vedere Bolsonaro orchestrare un colpo di stato e chiudere il Parlamento e la Corte suprema. Bolsonaro ha sostenuto queste richieste di ritorno alle misure autoritarie, che furono utilizzate durante l’ultimo regime militare del Paese nel 1968, noto come AI-5. Si è espresso a favore della fine della democrazia in Brasile. Crede che l’esercito possa sostenere un colpo di Stato e metterlo al potere, ma l’esercito ha dichiarato che non parteciperà a questo tipo di avventura con lui».

Secondo lei, con chi sta oggi il popolo brasiliano?
«Il Brasile è completamente diviso. Vede, Bolsonaro non è un dittatore. Bolsonaro è stato eletto democraticamente. Aveva un’alleanza con gli estremisti di destra. Erano insieme alle elezioni. Ma oggi è supportato solo dagli estremisti più radicali e ha meno potere. Non credo che vincerebbe se si votasse oggi. Non rappresenta più la maggioranza dei brasiliani».

Parliamo dell’Amazzonia. Abbiamo visto immagini terribili di fosse comuni scavate a Manaus, la città più popolosa dell’area, mentre il virus ha iniziato a diffondersi tra le comunità indigene. Il timore è che queste ultime, vulnerabili e con scarso accesso ai servizi sanitari, possano essere decimate dal virus, come già in passato è accaduto con altre malattie infettive portate dai colonizzatori europei. Il rischio, secondo alcuni, si chiama genocidio. Condivide queste preoccupazioni?
«Sono completamente d’accordo. Secondo gli scienziati quando il Brasile fu scoperto cinquecento anni fa, nell’ecosistema amazzonico vivevano circa 4-5 milioni di indigeni. Oggi nelle comunità indigene dell’Amazzonia ce ne sono circa trecentomila. Tutti questi indigeni furono uccisi dal contatto con la civiltà occidentale. Non avevano anticorpi che li proteggessero dalle malattie dei bianchi. E cosa sta succedendo ora in Amazzonia? Bolsonaro ha cancellato tutti i filtri che proteggevano l’ingresso nel territorio indigeno. Ha smantellato e indebolito il sistema di protezione delle comunità indigene consacrato nella Costituzione brasiliana, e il suo governo lo scorso anno ha tagliato i finanziamenti alla National Indian Foundation, l’agenzia federale responsabile per il rispetto dei diritti degli indigeni e della biodiversità. Oggi, con il coronavirus, la Fondazione non funziona più. L’Amazzonia è stata invasa dai cercatori d’oro, dai minatori, dai taglialegna e dalle sette religiose che arrivano in elicottero. Il grande pericolo ora è che queste persone diffonderanno il coronavirus nelle comunità indigene e ciò comporterà un genocidio. Credo che l’intero pianeta debba unirsi per esercitare pressioni sul Brasile, lo stesso livello di pressione che abbiamo esercitato sul Brasile lo scorso luglio e agosto quando gli incendi provocati dalle politiche di deforestazione di Bolsonaro hanno causato incendi enormi nella giungla».

Secondo lei, se tutto il mondo si unisse, sarebbe ancora possibile fare qualcosa?
«Sì. Abbiamo bisogno della pressione popolare, abbiamo bisogno di pressioni ufficiali, abbiamo bisogno che tutte le comunità di tutto il pianeta appoggino i brasiliani che si oppongono a questa invasione e chiedano al governo brasiliano di proteggere le tribù indigene. E l’unico modo in cui possiamo ottenerlo è che il pianeta agisca insieme. Credo che tutto il pianeta abbia la responsabilità di proteggerli. L’unico modo per proteggerli è che tutti i governi, le istituzioni e la società civile esercitino insieme un’enorme pressione sul governo brasiliano, e intendo una pressione economica, che significa sanzioni. Il Brasile è uno dei maggiori esportatori al mondo di prodotti agricoli. Dobbiamo fare pressione sugli esportatori brasiliani affinché agiscano insieme al governo del Brasile per proteggere queste comunità. Credo che tutti abbiamo questa responsabilità».

Qualche giorno fa, sapendo che avrei realizzato quest’intervista, ho affrontato l’argomento con la figlia di Robert F. Kennedy, Kerry Kennedy, Presidente della RFK Human Rights Foundation, la quale mi ha domandato di chiederle se lei definirebbe questo tema come una questione di diritti umani.
«È una questione di diritti umani, assolutamente. Quando hai un potere che non proteggerà una popolazione a rischio e anzi la metterà in pericolo, allora questa è una chiara violazione dei diritti umani. Credo che siamo di fronte a una violazione dei diritti umani. Senza alcun dubbio».

Ha collaborato Luna De Bartolo

Traduzione di Carla Reschia

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