Draghi al Parlamento europeo: «Fiducioso su accordo Roma-UE», poi conferma la fine del QE (ma non degli stimoli)

26 novembre 2018 – Sull’Italia «dico solo che al momento c’è un dialogo, sono sempre stato fiducioso che un accordo può essere raggiunto. Ho detto molte volte che i Paesi ad alto debito devono abbassarlo, perché riducendolo si rafforzano. Ma non aggiungo altro». Così il presidente della Bce Mario Draghi, in audizione a Bruxelles in commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo rispondendo a una domanda di un eurodeputato sull’Italia.

L’intervento di Draghi arriva in un momento che vede effettivamente una trattativa in corso tra il governo legastellato e le istituzioni comunitarie. Il duo Salvini-Di Maio, dopo settimane di immobilismo, si è finalmente deciso a concedere una seppur debole apertura; si parla di un abbassamento del deficit per il 2019 (che il Def del precedente governo vedeva allo 0,8%) dal 2,4% della NaDef gialloverde di settembre, al 2,2%. «Non sono per litigare con nessuno tanto meno coi commissari europei – ha affermato il vicepremier leghista -. Chiediamo rispetto, non ci impicchiamo agli zero virgola». Tuttavia, appare piuttosto velleitario credere che Bruxelles decida di bloccare una procedura già intavolata per una correzione dello 0,2%. E, in ogni caso, Bruxelles non si contenta delle promesse, e chiede a Roma una revisione del documento già bocciato. Un’eventualità che è stata tuttavia esclusa da Salvini: «Ci sarà una manovra che spetta al Parlamento approvare – ha affermato – e sarebbe quantomeno ingeneroso che qualcuno dall’Europa prendesse provvedimenti sanzionatori prima ancora che la manovra esista. Non siamo una monarchia, ma una Repubblica parlamentare, ci sono centinaia di proposte di parlamentari e finché non passa dal Parlamento la manovra non esiste». Ad ogni modo, la Commissione è assai consapevole dei danni che uno scontro frontale con l’Italia provocherebbe a tutta l’impalcatura comunitaria, e nessuno può dubitare della sua apertura al compromesso, a patto che ci si incontri più o meno a metà strada.

La situazione, nonostante questi timidi passi in avanti, resta molto seria, ha messo in guardia Draghi, parlando di fronte all’assemblea di Bruxelles: «Come abbiamo visto nella crisi passata, l’area euro area può essere esposta a rischi che originano da politiche domestiche insostenibili che portano a debiti troppo alti, vulnerabilità del settore finanziario e mancanza di competitività», rischi che «possono contagiare Paesi con fragilità simili o forti legami con quelli dove il rischio è originato». Tali politiche, ha aggiunto, «possono anche frammentare le condizioni economiche e finanziarie minando la trasmissione della politica monetaria unica nell’Eurozona». Inoltre, «politiche insostenibili possono forzare ad aggiustamenti socialmente duri e finanziariamente costosi che possono mettere a repentaglio la coesione nell’unione monetaria».

I dati del PIL dell’Ue del terzo trimestre, ha rilevato il presidente della Bce, «sono stati più deboli delle attese. Un graduale rallentamento è normale mentre l’espansione matura e la crescita converge verso il potenziale di lungo termine. Parte del rallentamento può essere anche temporaneo. Allo stesso tempo, i rischi legati al protezionismo, vulnerabilità nei mercati emergenti e volatilità nei mercati finanziari resta prominente».

Poi sul calendario del QE: «I recenti sviluppi confermano le valutazioni del board sulle prospettive a medio termine dell’inflazione», quindi la Bce conferma che «gli acquisti di asset si fermeranno a dicembre 2018», se i dati in arrivo confermeranno le valutazioni. Ma «allo stesso tempo le incertezze chiedono pazienza, prudenza e persistenza nel calibrare la nostra politica monetaria», quindi uno «stimolo significativo è ancora richiesto».

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