Dopo la bocciatura Ue: una ricetta alternativa per l’economia

23 ottobre 2018 – Bruxelles ha dato il suo parere sulla manovra italiana, ed è una bocciatura senza precedenti, letteralmente: per la prima volta nella sua storia, la Commissione europea respinge il documento programmatico di bilancio di uno Stato membro.

Nel budget proposto per il 2019 ci sono diversi problemi strutturali, ma nessuno di questi è in grado di eguagliare in gravità la premessa, ovvero la previsione di una crescita del Pil per il prossimo anno pari all’1,5%. Questa stima, validata e sostenuta dal ministero del Tesoro, è il pilastro su cui poggia l’intero l’impianto, la cifra a partire dalla quale sono stati fatti tutti i calcoli contenuti all’interno della manovra: una finanziaria da 37 miliardi di cui 22 finanziati in disavanzo; circostanza che, secondo i conteggi del governo, dovrebbe portare il deficit per il 2019 al 2,4%.

Quindi, il presupposto fondamentale della manovra legastellata è una previsione di crescita che è già stata rigettata, in quanto ritenute esageratamente ottimiste, dal Fmi, dall’Ufficio parlamentare di Bilancio, dalla Corte dei Conti, dalla Banca d’Italia, dalla Bce, dalla Commissione Ue, dall’Istat, da Confindustria, oltre che da praticamente tutti gli economisti del settore privato. Secondo queste autorevoli istituzioni il Pil italiano nel 2019 crescerà appena dell’1%, con una forbice che va dallo 0,9 all’1,2% al massimo.

Se le premesse della legge di bilancio non stanno in piedi è un vero guaio. Non stupisce certo la bocciatura della Commissione europea.

L’altro problema con la finanziaria risiede nel fatto che non è assolutamente in grado di raggiungere gli obiettivi annunciati dal governo, ovvero stimolare in modo significativo la crescita e creare nuovi posti di lavoro. In altre parole, se davvero il governo volesse affidarsi al deficit per stimolare la crescita e creare lavoro, allora la spesa dovrebbe essere convogliata verso quello che gli economisti chiamano “investimenti produttivi”.

Per sollecitare la crescita del Pil, facendo leva sul deficit, il modo più efficace di agire consiste nell’incrementare gli investimenti pubblici, avviare attività di manutenzione delle infrastrutture, aprire nuovi cantieri che creano lavoro su base, sì, temporanea, ma in grado di tamponare la crisi dell’occupazione. Eppure, per gli investimenti pubblici, nella legge di bilancio, sono stati previsti solo 3,5 miliardi aggiuntivi, una cifra non sufficiente a generare maggiore domanda interna, accelerare la crescita del Pil e creare tanti posti di lavoro. Per incidere davvero, servirebbe triplicare la spesa prevista.

Le misure principale di questa legge di bilancio non stimolano la crescita né creano una quantità di posti di lavoro capace di fare la differenza. L’impatto sul Pil sarà verosimilmente marginale. Ad esempio, il superamento della legge Fornero non crea nuovo lavoro. Non fa altro che incrementare il deficit e, come ha rilevato Tito Boeri, potrebbe comportare ben 100 miliardi di nuovo debito. Spendere ulteriore denaro pubblico, circa 7-8 miliardi all’anno, per mandare le persone in pensione prima del dovuto non stimola la crescita, e non è assolutamente vero che quei posti saranno automaticamente riempiti da giovani che entrano per la prima volta nel mercato del lavoro. Il mondo reale, qui sul pianeta Terra, non funziona in questo modo.

E nemmeno la spesa di 8-9 miliardi per il reddito di cittadinanza crea nuova domanda interna e lavoro. È un semplice mix di sussidi di disoccupazione e assistenza sociale che viene rimpacchettata sotto il nome di “reddito di cittadinanza”. Un altro rischio è che una parte consistente della spesa spossa finire a furbetti che collezionano assegni e continuano a lavorare in nero.

No, se il governo volesse davvero usare la spesa in deficit per stimolare la crescita e il lavoro, dovrebbe offrire una ricetta molto differente. I 22 miliardi di spesa in deficit di questa legge di bilancio sarebbero meglio spesi se assegnassimo circa 15 miliardi di investimenti pubblici e i rimanenti 7 miliardi in sgravi fiscali per le piccole imprese e detassazione dei contributi per chi assume giovani, donne, e over 50. Questo motiverebbe gli imprenditori ad assumere. E piaccia o meno, questo aspetto del Jobs Act ha funzionato davvero e ha aiutato le aziende ad assumere e creare nuovo lavoro. Sbaglia chi sostiene che “così regaliamo soldi alle imprese” perché sono proprio le imprese che creano occupazione.

Se, invece, lo scopo dei leader politici del governo gialloverde non è quello di creare rapidamente tanti nuovi posti di lavoro ma di dare in pasto alla loro base una finanziaria piena di contentini in vista del voto di maggio, allora è un altro film.

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