La verità è che l’Italia si trova incastrata nell’euro

Pubblichiamo un brano tratto dal capitolo 8, “Ma questa Europa ci aiuta o ci danneggia?”, del mio nuovo libro, Dieci cose da sapere sull’economia italiana prima che sia troppo tardi (Newton Compton Editori). Buona lettura!

21 marzo 2018 – (…) L’euro avrebbe dovuto compattare l’Europa ma ha avuto l’effetto opposto. E questo perché, nonostante le buone intenzioni dei suoi padri nobili, è una moneta che contiene in sé un sostanziale difetto di progettazione. Una valuta comune tra diversi Paesi può funzionare correttamente solo in presenza di una politica fiscale coordinata che vada di pari passo con quella monetaria. Questa è una delle norme basilari dell’economia. Non si può essere realmente efficaci nel manovrare verso l’alto o il basso la leva dei tassi d’interesse, e parliamo di politica monetaria, in assenza di un approccio coordinato che permetta di innalzare o ridurre la tassazione in modo armonico, ed è il caso della politica fiscale.

Il Trattato di Maastricht ha istituito una Banca centrale europea per controllare i tassi d’interesse, ma invece di creare una politica fiscale comune si è limitata a redigere delle regole mirate ad assicurare il perseguimento di una sana politica di bilancio da parte di tutti gli Stati membri. Questi parametri impongono il mantenimento del debito pubblico sotto la soglia del 60 per cento del Pil un deficit annuale, ovvero un indebitamento, non superiore al 3 per cento.

Queste regole, nonostante possano essere apparse ragionevoli 25 anni fa, non si basano su principi scientifici. Erano delle mere stime, elaborate a partire da circostanze molto differenti da quelle attuali, ma sono state trattate come vangelo. Le regole di Maastricht hanno causato tante sofferenze non necessarie, e le politiche di austerità che ne derivano hanno danneggiato gravemente l’Italia durante l’ultimo decennio di crisi, accentuando le disuguaglianze di reddito. Il rigore di bilancio può essere opportuno quando applicato a economie in forte crescita come quella tedesca, ma ha effetti recessivi in Paesi caratterizzati da una crescita debole e da un debito elevato, come il nostro.

Il peccato originale dell’euro, il suo difetto di fabbrica – il coordinamento della politica monetaria in assenza di una politica scale comune – si è dimostrato funesto in questi ultimi anni, e sono in tanti a credere che sarebbe un bene per l’Italia se tornasse alla lira. In molti rimpiangono l’uso della svalutazione competitiva, ovvero la possibilità di deprezzare la propria valuta per favorire gli export, come se questa fosse la panacea per tutti i mali del Paese. Purtroppo questi sogni nostalgici hanno più a che fare con le emozioni che con la logica e la realtà.

Cosa succederebbe se uscissimo dall’euro? Le cose andrebbero sicuramente peggio per tutti noi se l’Italia uscisse dall’unione monetaria. Certo, la nuova lira sarebbe molto più debole dell’euro e del dollaro, forse del 30 per cento, e questo permetterebbe di diminuire il costo dei prodotti esportati. Ma i benefici, ovvero l’aumento delle entrate grazie al Made in Italy, sarebbero nullificati dal contemporaneo innalzamento dei costi per tutte le materie prime che l’Italia importa dall’estero, come ad esempio l’energia.

L’uscita dall’euro e il ritorno alla lira porterebbero in dote, quasi certamente, un’inflazione a due cifre che si tradurrebbe in tassi d’interesse stratosferici. C’è qualcuno fra i meno giovani che ricorda le rate dei mutui al 10 o 15 per cento? E gli anni Novanta, quando i Bot rendevano il 12 per cento? Lo Stato, per riuscire a piazzare i suoi titoli e finanziare il debito, doveva corrispondere interessi altissimi e sborsare un sacco di soldi. Questa è l’Italia dei nostalgici.

È vero, uscire dall’euro ci restituirebbe la facoltà di stampare moneta e svalutare la lira per rendere più competitive le esportazioni. Ma il conto che pagheremmo sarebbe salato. Senza considerare che i continui deprezzamenti minerebbero la stabilità del Paese rendendolo poco credibile sui mercati mondiali.

E poi c’è il debito pubblico, il nostro fardello da 2300 miliardi. Il ritorno alla lira comporterebbe un aumento del costo del nostro indebitamento: lo spread schizzerebbe alle stelle e ci ritroveremmo a dover pagare il doppio degli attuali 60-70 miliardi di interessi all’anno. Uno scenario apocalittico.

L’Italia, dunque, si trova in una posizione assai poco invidiabile.

La verità è che l’Italia si trova incastrata nell’euro. E finché comanderà la Germania o almeno fino al momento in cui la religione dell’austerità rimarrà di stretta osservanza nella zona euro, l’Italia non avrà nessuno sconto. Non otterrà alcuna flessibilità nei conti pubblici e nella gestione del suo debito.

Ma uscire dall’euro non rappresenta la soluzione. A causa del debito rimaniamo un Paese vulnerabile sia dentro sia fuori dall’euro. Quindi tutto sommato l’Italia farebbe meglio a restare nell’unione monetaria, cercando di battersi all’interno della realtà economica di questa Europa, cercando di diventare più competitiva e migliorare la sua produttività. Questo è il vero gap che la separa dai tedeschi (…).

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