Lettera al primo ministro: “L’Italia riparta rivedendo la qualità della sua spesa”

La mia lettera aperta, pubblicata sabato su La Stampa, al presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte.

Caro Presidente Conte,

Mi congratulo per la sua nomina, e per la sua dichiarata volontà di invertire la rotta su diverse politiche che hanno rappresentato il cuore del precedente governo da lei guidato. Questa duttilità, interpretata invero dai suoi critici come trasformismo, si rivelerà tuttavia determinante se l’Italia avrà una chance di respingere i venti gelidi della recessione, e se il nuovo esecutivo riuscirà a ottenere un tasso di crescita in grado di archiviare l’attuale fase di prolungata stagnazione.

Le scrivo da economista, ammiratore da una vita del Belpaese e del genio innovativo della sua industria. Sono anche un tifoso, insomma. Ed è in questa veste che vorrei umilmente sottoporre alla sua attenzione alcuni pensieri circa lo stato in cui si trova l’economia italiana, e su buona parte delle misure introdotte dal governo da lei presieduto per quattordici mesi. Misure che, credo, dovrebbero essere smantellate se è davvero intenzionato a riuscire nella missione di rimettere l’Italia sui binari della crescita e del lavoro.

In termini macroeconomici, la prima cosa che bisognerebbe accantonare definitivamente è l’idea che ha ispirato la sua prima legge di stabilità, secondo la quale in un momento di stagnazione è lecito innalzare la spesa in deficit e incrementare il debito pubblico senza introdurre adeguati strumenti per stimolare i consumi e la crescita. Il suo precedente esecutivo ha trascurato gli investimenti pubblici, ed è stato un grave errore, perché questi hanno un effetto moltiplicatore molto più rapido ed efficace rispetto alle politiche da voi privilegiate. Nessuno qui intende sostenere l’austerity; non si sta parlando tanto dell’ammontare della spesa, quanto della sua qualità: dedicare gran parte delle risorse ottenute in deficit a quota 100 e al reddito di cittadinanza non ha portato né occupazione, né crescita. Certo, il rallentamento globale, che lei giustamente attribuisce alla guerra commerciale in corso tra Trump e la Cina, ha inciso molto sulle performance economiche dell’Italia, che arranca dietro ai partner del G7. Ma una parte considerevole della responsabilità, mi permetta, è da attribuire all’operato dell’esecutivo che fino a poche settimane fa ancora dirigeva.

In questa lettera, signor Presidente, non ho la presunzione di giudicarla politicamente. Il mio solo scopo consiste nel segnalarle una breve lista di misure che, a mio avviso, dovrebbero essere abolite o almeno modificate, affinché le prospettive di crescita italiane possano migliorare.

• Quota 100. Credo che debba essere abrogata. È stato un errore costoso, una promessa elettorale onerosa e basata sull’assurda convinzione secondo cui per ogni lavoratore che va in pensione si creino tre posti di lavoro. Invece di spendere miliardi per quota 100, derubando le generazioni future, sarebbe stato meglio limitarsi a salvaguardare i 6mila esodati della legge Fornero ancora privi di tutela.

• Decreto dignità. Si tratta di una legge che è andata contro gli interessi dei piccoli imprenditori. Riducendo la flessibilità nel rinnovo dei contratti a tempo determinato non si stimola la crescita; piuttosto, si mettono i bastoni tra le ruote alle aziende.

• Reddito di cittadinanza. È stato un tentativo mosso dalle migliori intenzioni ma, ahimè, fallito. Propongo di abolirlo e, al suo posto, raddoppiare o triplicare le risorse stanziate per il reddito di inclusione. Lasciamo al Mississippi i suoi navigator, e investiamo nei già esistenti centri per l’impiego, puntando sul partenariato pubblico-privato con le agenzie del lavoro.

• Condoni fiscali (la cosiddetta “pace fiscale”). La pratica di utilizzo dei condoni come metodo per racimolare introiti per il fisco non fa che accrescere il fascino dell’evasione. Bisogna continuare a costruire sulle ottime fondamenta già poste dal governo Gentiloni in materia di fatturazione elettronica.

Accanto ai suggerimenti appena esposti, confido che a seguito della sua reincarnazione si adopererà per mettere in chiaro che l’esecutivo italiano ha definitivamente rinunciato ai mini-bot o a mettere le mani sull’oro della Banca d’Italia. E immagino che nel suo nuovo governo i ministri si asterranno dall’insultare regolarmente la Commissione europea, l’FMI, Draghi, Merkel e Macron.

Mi rendo conto, caro Presidente, che in fin dei conti le sto consigliando di disfare quanto realizzato sotto la sua leadership in quest’ultimo anno. Ma ho fiducia nella sua capacità di farlo accadere in modo fluido, quasi come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Le auguro intanto buon lavoro, nella speranza che volterà davvero pagina.

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One Response to Lettera al primo ministro: “L’Italia riparta rivedendo la qualità della sua spesa”

  1. Antonio says:

    Caro Friedman penso le sue critiche sono troppo centrate su dati economici e immediati .Lei esclude una variabile molto importante che sta alla base di qualsiasi società “i fatti reali”. Dato che elogia così tanto il nostro “bel paese “bisogna che ci viva e stia a contatto con le nostre realtà per qualche anno .Se lo ha fatto vuol dire che che ci deve riprovare con una mente più flessibile. E si renderà conto che quella variabile che tanto esclude implica molto su :quota 100 dal fatto che uno che lavora per un minimo di 38 anni penso che la sua pensione se la sia meritata e per 38 anni ha pagato contributi che i governi precedenti nn sono riusciti a gestire (quello è furto!!);decreto dignità non mette assolutamente bastoni fra le ruote nei piccoli imprenditori ,semplicemente perché se sapesse che il 90 per cento di quelle imprese non esiste un sindacato interno a tal punto da applicare tale decreto ,anzi questo è un ottimo aiuto (che adesso non è visibile ) a eliminare tutte le agenzie interinali per le grandi imprese che sono state la rovina della forza lavoro operaio ;condono fiscale ?qui parliamo di evasione fiscale contro strozzinaggio da parte dello stato veda lei ;Reddito di cittadinanza obbliga sia al disoccupato che alle imprese di creare posti di lavoro .Gli uffici di collocamento nn possono imporre ne alle aziende ne ai disoccupati di fare ciò ma lo stato si .Non sono un economista sono un semplice operaio metalmeccanico che cerca di preoccuparsi e sensibilizzarsi dei problemi del mio paese ,cosa che la maggior parte dei miei concittadini nn fa !Criticano e basta !Ma nn è colpa loro è il sistema che ti mette in condizione tale

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