Non c’è una ribellione nel Gop, ma i malumori nella base Maga sono solo la punta di un iceberg
Per anni molti parlamentari repubblicani hanno vissuto dentro un regime silenzioso di paura. Paura di diventare il prossimo bersaglio di un attacco o di un insulto presidenziale. Paura di primarie Maga finanziate da fuori Stato, costruite a tavolino per eliminarli politicamente. Paura di minacce che nascono online e finiscono davanti alla porta di casa.
In privato, diversi repubblicani hanno da tempo provato disgusto per i metodi di Donald Trump. In pubblico, quasi tutti hanno obbedito. Il silenzio è diventato una strategia di sopravvivenza.
Quello a cui stiamo assistendo oggi non è una ribellione aperta, ma le prime crepe visibili in quel sistema di intimidazione orchestrato dalla Casa Bianca. Una manciata di repubblicani, sei in tutto, ha votato contro i dazi del presidente sul Canada. Un deputato repubblicano del Kentucky, Thomas Massie, si è scontrato apertamente con la procuratrice generale Pam Bondi sui dossier Epstein. Un senatore repubblicano di peso, Thom Tillis, ha dichiarato che non voterà la conferma del prossimo presidente della Federal Reserve finché Trump non smetterà di perseguitare Jerome Powell, l’attuale governatore. Persino una figura dell’orbita Maga più fedele, Marjorie Taylor Greene, si è ribellata a Trump per il presunto insabbiamento dello scandalo Epstein. Preso singolarmente, nessuno di questi episodi è decisivo. Insieme, però, disegnano un quadro.
Partiamo dal commercio. Di recente alcuni repubblicani si sono uniti ai democratici per censurare i dazi di Trump sul Canada, imposti non dal Congresso, come prevede la legge, ma per decreto presidenziale sotto una “emergenza nazionale” autoproclamata e controversa. I dissidenti repubblicani non fermeranno le tariffe: il presidente porrà il veto a qualsiasi tentativo di limitarne i poteri e il Congresso non ha i numeri per scavalcarlo. Ma il simbolo conta.
Quando membri del partito del presidente lo sfidano pubblicamente su una politica-bandiera come i dazi, significa che il buon senso comincia a competere con la fedeltà personale a un capo che assomiglia sempre più a un Re folle che non a un capo di governo razionale e lucido. Per i repubblicani degli Stati di confine e dei distretti votati all’export, i dazi non sono solo un disastro economico: sono anche un problema costituzionale.
La posta in gioco, infatti, è costituzionale. La politica commerciale di Trump poggia su un’interpretazione ipertrofica dei poteri d’emergenza da una legge degli anni Settanta che, secondo la maggior parte dei giuristi, non sono mai stati pensati per consegnare al presidente un potere sui dazi. La Costituzione attribuisce quel potere al Congresso. I tribunali hanno già espresso scetticismo su questa forzatura, e la Corte Suprema dovrebbe consegnare presto il suo verdetto.
Il commercio, però, è solo un fronte. Un altro è la Federal Reserve. Quando sono emerse notizie di un’indagine penale federale su Jerome Powell, presidente della Fed, il senatore Thom Tillis della Carolina del Nord ha tracciato una linea pubblica. Ha segnalato che non voterà la conferma del nuovo capo della Fed, Kevin Warsh, finché il Dipartimento di Giustizia non abbandonerà quella che ha definito un’inchiesta politicamente motivata. Nel Partito repubblicano di oggi, è una presa di posizione clamorosa: un senatore repubblicano che avverte, in sostanza, che la giustizia viene usata come strumento politico. Ed è sotto gli occhi di tutti.
Poi sono arrivate le audizioni su Epstein, che hanno trasformato il malessere latente in scontro aperto. La performance aggressiva della procuratrice generale Pam Bondi davanti al Congresso mercoledi, e i suoi duelli con il deputato repubblicano Thomas Massie – sono diventati un test di Rorschach politico. Massie non è un dissidente liberal: è un conservatore che da sempre sostiene che la lealtà alla Costituzione venga prima della lealtà a qualsiasi leader. Le sue domande su censure e trasparenza nel caso Epstein sono state accolte con ostilità e insulti dalla parte della Bondi.
Il caso Epstein ha spaccato persino il mondo Maga. Marjorie Taylor Greene, una delle alleate più rumorose di Trump, si è detta pubblicamente turbata da come lo scandalo è stato gestito. Epstein, da sempre simbolo dell’impunità delle élite per il populismo di Maga e per l’universo QAnon, si è trasformato in uno specchio rivolto verso l’interno.
Lo choc della violenza in Minnesota ha aggiunto una scossa morale a queste tensioni istituzionali. L’uccisione di due cittadini americani innocenti da parte di agenti dell’Ice ha avuto un’eco ben oltre Minneapolis. Quando Trump e JD Vance hanno definito Renee Good una «terrorista domestica», persino alcuni repubblicani si sono sentiti obbligati a parlare. Senatore Tillis ha chiesto un’«indagine approfondita e imparziale». Per i repubblicani moderati, il Minnesota è diventato un momento di resa dei conti: gli ultimi sondaggi mostrano che a circa due terzi degli americani non piace l’Ice e la durezza di Trump sull’immigrazione.
Mettete insieme questi episodi – i dazi imposti per decreto, l’imminente giudizio della Corte Suprema, la linea tracciata da Tillis contro la politicizzazione della giustizia, Massie che accusa Bondi di coprire lo scandalo Epstein, l’inquietudine di Marjorie Taylor Greene, lo shock morale del Minnesota – e il disegno emerge. La paura governa ancora gran parte del comportamento repubblicano, ma non è più assoluta. La stanchezza e la frustrazione si fanno sentire. Tanti repubblicani ora temono anche di essere spazzati via alle elezioni di metà mandato del 3 novembre.
Questo non significa che Donald Trump sia politicamente finito. I necrologi politici in America sono notoriamente prematuri. La sua presa su una larga fetta della base repubblicana resta solida. Ma le sue azioni in patria e all’estero hanno indignato molti americani, inclusi repubblicani moderati e perfino settori della base Maga.
Le implicazioni elettorali sono concrete. In vista di novembre, molti sondaggisti ritengono che i democratici riconquisteranno la Camera dei Rappresentanti e potrebbero persino strappare una risicata maggioranza di 51 seggi al Senato. Basterebbe per avviare audizioni di impeachment non appena la Camera si insedierà nel gennaio 2027, ma non necessariamente per condannare Donald Trump e rimuoverlo dall’incarico. Per la fine formale di una presidenza servono 67 voti su 100 al Senato.
Sia chiaro: sei repubblicani che votano contro i dazi non fanno cadere una presidenza. Ma suggeriscono che la marea a Washington potrebbe iniziare a cambiare. La storia di questi sei repubblicani è un presagio di ciò che verrà, o, se vogliamo cambiare ancora metafora, è soltanto la punta dell’iceberg.






