L'ICONOCLASTA

Trump, un presidente amico di un pedofilo. E l’America è trascinata nel baratro

Mai nella storia statunitense l’inquilino della Casa Bianca era stato accusato di fatti così gravi

Il mio articolo su LaStampa

Mai, nei 250 anni di storia degli Stati Uniti, un presidente è stato documentato come amico intimo e assiduo compagno di vita sociale di un pedofilo condannato e trafficante sessuale.

Fino a oggi, nessun presidente americano era mai stato accusato da decine di donne di stupro, molestie sessuali e abusi su ragazze di 13 e 14 anni. Le rivelazioni grottesche che continuano a emergere mostrano che Donald Trump fosse un amico molto stretto di Jeffrey Epstein, il pedofilo condannato morto nel 2019 in un carcere di New York in circostanze tuttora estremamente oscure.

Nei cosiddetti Epstein files non esiste però una prova diretta della colpevolezza di Trump: ci sono prove indiziarie, accuse mai investigate, allusioni.

Sia chiaro: Trump compare in tante pagine particolarmente scabrose di email e altri documenti all’interno dei tre milioni di pagine dei dossier Epstein rilasciati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Le accuse sono numerose, i testimoni pronti a parlare altrettanti, così come i rapporti parzialmente confermati e le segnalazioni mai approfondite che i procuratori hanno scelto di non seguire.

L’amministrazione Trump ha trascinato i piedi per settimane sulla pubblicazione integrale dei documenti, nonostante una legge imponesse la massima trasparenza. Nel frattempo, l’ex avvocato personale del presidente, Todd Blanche, è stato promosso a vice ministro della Giustizia ed è apparso chiaramente impegnato in un’operazione di contenimento dei danni. È stato proprio Blanche a sostenere pubblicamente che non esistono altri file rilevanti.

Non esiste una “pistola fumante”. Vero. Esiste però qualcosa di più corrosivo: un accumulo denso di prove indiziarie, accuse mai indagate di natura orribile, testimonianze parzialmente corroborate e decisioni giudiziarie di non procedere. In un’altra epoca, tutto questo avrebbe portato ad audizioni al Congresso o a una procedura di impeachment. Ma questi non sono tempi normali.

La gestione opaca delle rivelazioni da parte del Dipartimento di Giustizia ha sollevato più domande di quante ne abbia chiarite. Todd Blanche insiste sul fatto che il Dipartimento abbia rispettato la legge e non abbia protetto nessuno. Eppure è stato lo stesso Blanche ad ammettere limiti su ciò che il pubblico avrebbe potuto vedere, spiegando venerdì che il Dipartimento ha deciso di trattenere o oscurare qualsiasi materiale che «raffiguri o contenga immagini di morte, abusi fisici o lesioni». Immagini di morte, abusi fisici o lesioni? Come? È forse questa l’indicazione ufficiale più chiara del perché così tanto materiale legato a Epstein resti ancora nascosto.

I file non riguardano solo Trump. Riaccendono i riflettori su figure potenti i cui nomi compaiono in email, agende e corrispondenza, anche quando non è stato contestato né provato alcun reato.

Nel caso di Bill Gates, i documenti pubblicati includono delle email attribuite a Epstein, contenenti affermazioni luride sulla vita privata del fondatore di Microsoft. Gates ha smentito categoricamente queste accuse, definendole false e diffamatorie, e non esistono prove indipendenti a sostegno. Ciò che è certo è che i rapporti tra Gates ed Epstein furono stretti e prolungati.

Il caso di Howard Lutnick, il Ministro del Commercio, è più circoscritto, ma politicamente dannoso. Email rese pubbliche mostrano che Lutnick ha mantenuto contatti con Epstein molti anni dopo aver dichiarato di averli interrotti nel 2005, inclusa una corrispondenza relativa a una visita programmata sull’isola privata di Epstein nel 2012. Lutnick non è accusato di alcun reato, ma i documenti contraddicono le sue precedenti ricostruzioni pubbliche.

Poi c’è l’ex-principe Andrew Mounhtbatten-Windsor, la cui caduta resta l’esempio più netto delle conseguenze subite da un uomo potente finito nell’orbita di Epstein. Le accuse che lo riguardano sono talmente sconvolgenti da averlo costretto a un accordo civile e al ritiro dalla vita pubblica.

Va ribadito con forza: comparire negli Epstein files non equivale a essere colpevoli. Epstein cercava deliberatamente la vicinanza al potere e alla ricchezza come strategia. Molti nomi compaiono perché lui cercava contatti, non perché siano stati commessi reati.

Eppure, il disgusto rimane.

Trump non è semplicemente un altro nome nei file. È un presidente già condannato da giurie popolari, obbligato a pagare 88 milioni di dollari per abuso sessuale e diffamazione, tornato al potere dopo aver istigato un’insurrezione nel gennaio 2021. Gli americani lo hanno votato non una, ma due volte. Sapevano chi stavano eleggendo. E non se ne sono curati.

Come ho scritto sopra, in una presidenza normale gli Epstein files avrebbero potuto portare a dimissioni o impeachment. Non nell’America di Trump del 2026, almeno per ora. L’unica certezza è che lo scandalo Epstein non sarà facile da superare. E, insieme all’indignazione per altre crisi che scuotono la Casa Bianca, come l’uccisione di due americani a Minneapolis dagli squadristi dell’Ice, potrebbe ottenere ciò che Trump più teme: una vittoria democratica alle elezioni congressuali di metà mandato.

ULTIMI ARTICOLI