L'ICONOCLASTA

I miei Stati Uniti armati dall’odio

Non si tratta più di episodi isolati, è il sintomo di un clima in cui la violenza è diventata linguaggio politico. Nei sondaggi emerge un’America divisa e rassegnata. Cultura del nemico da abbattere

Il mio articolo su LaStampa

AMar-a-Lago, tra palme e saloni dorati, la guerra civile delle parole in America si è presentata per un istante con una tanica di benzina in mano. Un uomo armato di fucile e con un contenitore di carburante ha tentato di forzare il perimetro della residenza di Donald Trump all’1,30 di notte di domenica. È stato ucciso prima che potesse fare del male ad altri. Fine della storia? Tutt’altro.

Preso da solo, è l’ennesimo episodio di violenza americana. È stato il terzo tentativo contro Trump? O solo un matto? Letto nel contesto più ampio, è la conseguenza logica di una cultura politica che ha imparato a incoraggiare la rabbia, a normalizzare l’intimidazione e a incitare alla violenza con il linguaggio dell’odio. È l’immagine di un’America sempre più polarizzata, divisa, arrabbiata.

Gli americani lo avvertono. Nel 2025 un sondaggio del Pew Research Center ha rilevato che l’85% degli statunitensi ritiene in aumento la violenza a sfondo politico. Due anni prima, nel 2023, il Public Religion Research Institute aveva scoperto qualcosa di ancora più inquietante: circa il 23% degli americani concordava con l’idea che «i veri patrioti potrebbero dover ricorrere alla violenza per salvare il Paese».

Il divario politico è netto: circa tre repubblicani su dieci contro un democratico su dieci. Non sono numeri marginali. Indicano una cultura in cui la violenza comincia ad acquisire una copertura morale. Questa tendenza non nasce dal nulla. Già nel suo primo mandato presidenziale Trump ha tolto il coperchio al razzismo latente in America, arrivando a legittimare l’estrema destra che sfilava a Charlottesville nel 2017.

Il punto di svolta della violenza politica americana nel XXI secolo resta però il 6 gennaio 2021, quando una folla incitata dalle menzogne sulla «vittoria rubata» assaltò il Campidoglio per bloccare la certificazione del voto. Oltre 1.400 persone sono state arrestate; decine di agenti feriti. Nel gennaio 2025 Trump ha concesso ampie grazie e clemenze a molti dei coinvolti. Il messaggio simbolico è stato inequivocabile: usare la forza contro le istituzioni democratiche può essere perdonato, perfino legittimato, se serve la “narrazione giusta”.

La retorica incendiaria completa il quadro. La politica di Trump è divisiva per definizione: vive di nemici – giudici, procuratori, giornalisti, rivali – descritti come corrotti o illegittimi. Alcuni giudici sono finiti sotto protezione dopo ondate di minacce seguite ai suoi attacchi pubblici. È così che funziona la catena della provocazione nell’America di oggi: Trump indica un bersaglio politico; una parte dei suoi sostenitori interpreta quel segnale come un via libera. Non serve un ordine esplicito. Nell’ecosistema iperpolarizzato di Maga, basta un’insinuazione.

Lo stesso meccanismo vale per la disumanizzazione di immigrati e minoranze. Nel tempo Trump ha dipinto intere comunità come criminali, invasori o parassiti. Ha parlato di vermin (ratti) e, usando la retorica di Hitler, ha parlato di come gli immigrati «avvelenino il sangue» dell’America. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno registrato un aumento dei crimini d’odio, con gli attacchi antisemiti a livelli record. Quando l’identità diventa un nemico, la violenza diventa più facile da giustificare.

Le condizioni strutturali amplificano il pericolo. Il Paese è saturo di armi: circa 450 milioni in mani private, quasi cento milioni in più delle persone che vivono negli Stati Uniti. Nel 2025, come negli anni recenti, centinaia di sparatorie di massa in luoghi pubblici – centri commerciali, chiese, scuole – ricordano che la radicalizzazione politica cresce in una società già assuefatta alla violenza.

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