L'ICONOCLASTA

La parabola Trump, vittima di se stesso

Il Tycoon ha inventato la violenza politica americana, l’ha sdoganata. L’assalto a Capitol Hill è il punto di svolta. L’incitamento sui social lo strumento

Il mio articolo su LaStampa

Doveva essere una di quelle serate in cui l’America ufficiale si autocelebra. Smoking, abiti lunghi, anchor televisivi, ministri, giornalisti: tutti impegnati a fingersi amici gli uni degli altri. Invece ci sono stati spari, panico, sirene, invitati terrorizzati in fuga verso le uscite di sicurezza del Washington Hilton. Ancora una volta, gli Stati Uniti si sono guardati allo specchio e hanno visto la paura.

Molti osservatori europei hanno scelto subito la spiegazione più superficiale: l’America è un Paese violento. Troppe armi, troppi squilibrati, troppa familiarità con il sangue. Tutto vero. John Kennedy e Ronald Reagan furono colpiti dai proiettili di attentatori. Ma non è questo il punto.

Sabato notte non si è parlato soltanto di pistole. Si è parlato di politica. Della politica dell’odio nel Paese che sta imparando a convivere con l’odio. Per capire il terzo attentato contro Donald Trump non basta dire che gli Stati Uniti sono violenti. Bisogna riconoscere che la violenza politica americana è cresciuta con andamento quasi parabolico dall’arrivo di Trump sulla scena nazionale, culminando il 6 gennaio 2021 con un tentativo di insurrezione contro il Congresso.

Oggi, nell’America di Trump, il clima d’odio nasce dal suo incitamento quotidiano, si nutre del rancore che semina e produce una società più feroce, più frammentata, più impaurita.

Trump non ha inventato la violenza americana. Ma l’ha sdoganata. Ha trasformato il vittimismo in ideologia, il risentimento in strategia elettorale, la crudeltà in spettacolo, la vendetta in metodo di governo. Ha capito prima di molti repubblicani che la paura mobilita più della speranza, che la rabbia crea legami tribali più forti dei programmi, che inventare nemici è più facile che risolvere problemi.

Così i nemici si sono moltiplicati. Immigrati. Giudici. Procuratori. Giornalisti. Università. Democratici. Alleati europei. Ex collaboratori che hanno detto la verità. Funzionari che hanno rispettato la legge. Addetti elettorali colpevoli di aver certificato risultati sgraditi.

Nell’universo trumpiano il dissenso non è legittimo confronto ma tradimento. Le istituzioni indipendenti non sono garanzie democratiche ma congiure. I fatti diventano negoziabili quando disturbano. Gli avversari vanno puniti. E la vendetta, per Trump, è un piatto da servire bollente.

La rottura decisiva arriva il 6 gennaio 2021. Un presidente sconfitto rifiuta il verdetto degli elettori, convoca i sostenitori a Washington, li incendia con le parole e poi osserva l’assalto al Campidoglio. In qualunque democrazia matura sarebbe la fine di una carriera politica. Nell’America di Trump è il preludio del ritorno.

Rientrato alla Casa Bianca nel 2025, Trump ha riabilitato molti protagonisti di quella giornata, definendoli patrioti, ostaggi, vittime di uno Stato corrotto. Alcuni sono stati graziati, altri riciclati politicamente. Uno dei condannati del 6 gennaio oggi corre perfino per il Congresso. Il messaggio è chiarissimo: la violenza al servizio della causa giusta può essere perdonata; quella in difesa del capo può perfino essere onorata.

È così che si spostano i confini morali. La Casa Bianca che minaccia un giudice non scandalizza più. Pubblicare l’indirizzo di un funzionario elettorale diventa attivismo. Molestare chi presidia i seggi viene ribattezzato da Maga come vigilanza civica. In un clima simile, il lupo solitario non nasce dal nulla. Nasce dentro una cultura in cui la disumanizzazione è diventata linguaggio ordinario.

Il veleno produce altro veleno. Nessun presidente americano in due secoli e mezzo ha incitato razzismo e ostilità quanto Donald Trump. Lo fa quasi ogni giorno, soprattutto attraverso i social media. E chi viene colpito da quei messaggi spesso paga un prezzo reale.

Un post presidenziale può scatenare centinaia, talvolta migliaia di fanatici. Decine di giudici hanno ricevuto minacce di morte dopo essere stati indicati da Trump come bersagli politici. Diversi parlamentari democratici vivono sotto protezione. Trump arrivò perfino a sostenere che il comportamento del generale Mark Milley fosse il tipo di colpa che, “un tempo”, sarebbe stata punita con la morte.

Gli Stati Uniti stanno scivolando verso una società semi-anomica: polarizzazione estrema, cultura delle armi, politica paralizzata, Casa Bianca in guerra con lo Stato di diritto, presidente impegnato ogni giorno a insultare, intimidire, umiliare.

Gli ultimi sondaggi fotografano il logoramento. Trump è fermo attorno al 33 per cento di consenso, con il 67 per cento di giudizi negativi. Quasi tutti i democratici lo respingono, circa il 60 per cento degli indipendenti lo boccia, mentre attorno all’80 per cento dei repubblicani continua a sostenerlo. Non è una coalizione nazionale: è una fortezza assediata.

Ma c’è un altro dato ancora più inquietante. Riguarda la crescita della violenza politica e il numero crescente di americani che la considerano accettabile. Già due anni fa il Pew Research Center rilevava che un americano su quattro riteneva legittimo l’uso della violenza per fini politici. Tra gli elettori trumpiani la quota saliva al 41 per cento.

Oggi i numeri parlano ancora più chiaramente. Nel settembre 2025 Quinnipiac ha rilevato che il 79 per cento degli elettori ritiene gli Stati Uniti in crisi politica; il 71 per cento considera la violenza politica un problema molto grave; il 54 per cento pensa che peggiorerà.

Reuters ha censito circa 300 episodi di violenza politica tra il 6 gennaio 2021 e le elezioni del 2024, il picco più alto dagli anni Settanta. Uno studio dell’Università del Maryland ha contato 150 attacchi politicamente motivati solo nella prima metà del 2025: quasi il doppio dell’anno precedente.

Che cosa distingue la violenza di oggi da quella degli anni Sessanta? Allora l’America era attraversata da giganteschi conflitti storici: diritti civili, segregazione, Vietnam, rivolte generazionali, promessa incompiuta dell’uguaglianza. Oggi non esiste alcun movimento emancipatore al centro della crisi.

Esiste invece una politica della paura e della paranoia, nutrita da algoritmi, teorie del complotto e culto dell’uomo solo al comando. Meno speranza, più rancore. Meno ideali, più rabbia performativa. E quella rabbia sta corrodendo le buone maniere, le regole non scritte, l’antico tabù contro la violenza politica.

Come ho scritto più volte, Trump sembra mosso da tre pulsioni fondamentali: ego, denaro, vendetta. L’ego spiega la fame inesauribile di applausi. Il denaro spiega il conflitto permanente tra interesse pubblico e profitti privati. La vendetta spiega quasi tutto il resto. Basta leggere la lista dei bersagli: James Comey, Jack Smith, John Brennan, Letitia James, Alvin Bragg, giudici ostili, perfino Barack Obama accusato di alto tradimento. Nell’America di Trump la memoria è selettiva, il rancore eterno.

Osservo Washington da quarant’anni e non avevo mai visto la paura normalizzata con tanta disinvoltura. Non avevo mai visto un governo così pieno di bulli e ministri moralmente compromessi. Pete Hegseth vomita aggressività e odio in ogni conferenze stampa sull’Iran. Stephen Miller riecheggia un vocabolario di sangue, identità ed esclusione che l’Europa sperava sepolto dopo Hitler. Trump stesso è il presidente più volgare, osceno e sboccato della storia americana.

Gli Stati Uniti restano una nazione straordinaria: innovativa, ricca, dinamica, capace di correggersi. Ma nessuna repubblica è immune quando l’uomo più potente del Paese si comporta come un narcisista incontrollato e tratta oppositori interni e alleati europei come nemici personali.

Gli spari di Washington sabato sera non sono stati un incidente isolato. Sono stati un sintomo. Riflettono una società in cui troppi hanno imparato che la crudeltà è forza, l’umiliazione è intrattenimento, la rabbia è autenticità e l’odio è leadership.

Trump non ha creato tutto questo da solo. Le divisioni americane lo precedono da tempo. Ma lui le ha ingigantite, monetizzate, rese glamour, trasformate in rumore permanente. Soprattutto, ha convinto milioni di americani che la cattiveria sia una forma legittima di governo.

Per decenni gli Stati Uniti hanno insegnato al mondo come una democrazia possa guidare. Sotto Trump rischiano di insegnare qualcosa di più oscuro: come una democrazia possa perdere l’anima mentre applaude lo spettacolo.

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