L'ICONOCLASTA

Donald Trump guidato da ego, soldi e vendetta. Così la sua America scivola nel caos

Il Tycoon nelle crisi concentra potere, esige fedeltà e licenzia chi non si piega. L’esito è un governo instabile

Il mio articolo su La Stampa

Donald Trump è disperato. La sua presidenza è in crisi.

Ha iniziato la guerra contro l’Iran senza una strategia e oggi non sa come uscirne. Lo Stretto di Hormuz è nel caos. Il prezzo del petrolio sale. L’economia mondiale rischia di scivolare in recessione, ma questa volta accompagnata dall’inflazione: cioè dalla stagflazione, il peggiore degli scenari.

Benjamin Netanyahu continua a eliminare gli stessi funzionari iraniani con cui JD Vance dovrebbe negoziare. L’Europa, finalmente, comincia a opporsi a Trump. In patria, il consenso del presidente è in caduta libera. I Democratici sembrano sempre più vicini a riconquistare il Congresso a novembre. E lo scandalo Epstein non scompare.

La disperazione di Trump si è vista con chiarezza questa settimana nella cacciata della procuratrice generale degli Stati Uniti — l’equivalente del nostro ministro della Giustizia — la servile Pam Bondi.

Bondi è stata silurata per due ragioni.

La prima è semplice: agli occhi di Trump, non era abbastanza aggressiva nel colpire i suoi nemici. Il presidente non voleva una garante dello Stato di diritto, ma un esecutore politico. Qualcuno disposto a trasformare il Dipartimento di Giustizia in uno strumento di vendetta personale. Trump non ha mai nascosto il desiderio di indagare, perseguire, umiliare e, se possibile, distruggere i suoi avversari politici, da Barack Obama a Joe Biden, fino ai procuratori federali e agli agenti dell’Fbi coinvolti nelle indagini che hanno portato alla sua condanna per 34 capi d’accusa.

Bondi ha provato ad accontentarlo. Ma non è bastato. Ha epurato i funzionari migliori del Dipartimento di Giustizia e si è circondata di giovani fedelissimi Maga, spesso inesperti, ideologizzati e giuridicamente deboli, incapaci di produrre incriminazioni credibili o di costruire i processi-spettacolo che Trump pretendeva.

La seconda ragione è ancora più grave, e più rivelatrice.

Pam Bondi sembra aver gestito male quella che Trump considerava un’operazione di contenimento politico: lo scandalo Epstein. Il problema, per il presidente, non era lo scandalo in sé, ma il fatto che non fosse stato insabbiato meglio. Questo è il punto decisivo. Nell’America di Trump, il fallimento non si misura sul rispetto della legge o delle istituzioni, ma sull’incapacità di proteggere il presidente.

La caduta di Bondi conta non solo per ciò che dice di lei, ma per ciò che rivela di lui. Lo stesso istinto che porta Trump a pretendere fedeltà personale dal suo ministro della Giustizia ha segnato anche il suo rapporto con le forze armate.

Non a caso, l’ex capo degli Stati maggiori riuniti, Mark Milley, aveva lanciato un avvertimento senza precedenti: «Non giuriamo fedeltà a un re, né a un tiranno o a un dittatore. E non giuriamo fedeltà a un aspirante dittatore». Non era una lezione di educazione civica. Era un monito.

Trump ha sempre avuto la tendenza a personalizzare il potere, a trattare le istituzioni non come organismi autonomi dello Stato, ma come strumenti della propria volontà. Il suo ex capo di gabinetto, il generale dei Marines a quattro stelle John Kelly, lo ha detto in modo ancora più netto: Trump «preferisce un approccio dittatoriale al governo» e rientra nella «definizione generale di fascista».

Una volta compresa questa logica, la domanda diventa inevitabile: chi sarà il prossimo?

Con l’aumentare della pressione, Trump reagisce come un animale ferito: colpisce, scarica la colpa sugli altri, inventa nuove follie e prepara nuovi licenziamenti. È il suo metodo di governo.

Il nome oggi più esposto è quello di Kash Patel, il discusso direttore dell’Fbi in salsa MAGA. Secondo Reuters, sono in corso discussioni anche su possibili uscite del segretario dell’Esercito Daniel Driscoll e della ministra del Lavoro Lori Chavez-DeRemer.

Anche Tulsi Gabbard, la controversa responsabile delle 17 agenzie di intelligence, inclusa la Cia, appare vulnerabile. Trump ha detto pubblicamente che è «più morbida» di lui sull’Iran, una posizione pericolosa in questa Casa Bianca. La filorussa Gabbard occupa da tempo un posto ambiguo nella politica americana, spesso indulgente verso narrative favorevoli a Mosca, alla Siria di Assad o all’Iran.

Ma il punto più delicato resta il Pentagono.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, ex volto di Fox News, ha affrontato la guerra con una miscela di zelo ideologico e incompetenza. Sotto la sua guida, il Pentagono è diventato il teatro di epurazioni improvvise ai vertici. Questa settimana ha rimosso il capo di stato maggiore dell’Esercito, il generale Randy George, insieme al generale David Hodne e al generale William Green, responsabile del corpo dei cappellani. Il Pentagono non ha fornito alcuna spiegazione.

Il momento della decisione è significativo. Migliaia di soldati americani, inclusi i reparti della 82ª divisione aviotrasportata, stanno affluendo in Medio Oriente, mentre altri militari vengono schierati per rafforzare i sistemi di difesa aerea. L’amministrazione rifiuta di chiarire se le truppe di terra americane possano essere trascinate in un conflitto più ampio con l’Iran. In altre parole, il massimo responsabile dell’Esercito è stato rimosso non in tempo di pace, ma nel pieno di un’escalation militare ancora dai contorni incerti.

Perché George è stato licenziato? Non esiste una risposta ufficiale. Ma una possibilità non può essere esclusa: che siano emerse tensioni tra il potere politico e i vertici militari su opzioni considerate troppo rischiose, potenzialmente illegali o strategicamente disastrose. Prima dell’attacco, Trump era stato informato dai vertici militari, incluso il generale Dan Caine, capo degli Stati maggiori, che si trattava di un’operazione «ad alto rischio», con la concreta possibilità di gravi perdite americane.

Nei giorni scorsi, Trump ha inoltre minacciato attacchi contro infrastrutture energetiche iraniane. Richard Haass, ex presidente del Council on Foreign Relations, ha osservato che una simile scelta «sarebbe probabilmente un crimine di guerra». Non sappiamo se George abbia sollevato obiezioni. Ma la possibilità che siano emerse resistenze nella catena di comando non può essere liquidata.

Ed è qui che il metodo Trump diventa davvero pericoloso.

Non affronta le crisi costruendo consenso o rafforzando le istituzioni. Reagisce concentrando il potere, esigendo fedeltà e licenziando chi non si piega. Il risultato è un governo instabile, pervaso dalla paranoia e sempre più segnato dall’incompetenza.

In ultima analisi, il presidente degli Stati Uniti è guidato da tre forze: ego, denaro e vendetta.

E queste non sono le qualità necessarie in un momento di crisi geopolitica.

Le figure esperte che un tempo fungevano da argine non ci sono più. Resta una presidenza sempre più dominata dall’impulso e dall’ira.

Alla Casa Bianca, l’instabilità non è più una conseguenza.

È diventata il sistema.

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