Il tycoon nel pantano, il fallimento della guerra definirà quello della sua presidenza
Chi avrebbe immaginato che gli Stati Uniti d’America, ancora oggi la maggiore potenza del Pianeta, avrebbero lanciato una guerra contro l’Iran senza una strategia chiara, senza obiettivi definiti e senza un piano d’uscita credibile, per ritrovarsi appena due mesi dopo frustrati, raggirati e umiliati proprio dal regime che volevano intimidire?
Chi avrebbe previsto che Washington non sarebbe riuscita a riaprire lo Stretto di Hormuz, che prima della guerra era aperto, lasciando l’economia mondiale sotto ricatto e piegandosi alla mediazione del Pakistan? Sì, proprio il Pakistan: un Paese oggi molto più vicino a Teheran che a Washington. In tempi normali lo definiremmo assurdo. O surreale.
Con Donald Trump la realtà umilia perfino la satira.
Chi avrebbe immaginato che, dopo aver minacciato l’Iran, insultato l’Iran, blandito l’Iran e infine supplicato l’Iran di partecipare a colloqui di pace a Islamabad, la delegazione americana sarebbe stata snobbata con la partenza da Washington rinviata non una ma due volte perché i negoziatori iraniani non avevano ancora deciso se presentarsi?
La squadra dei migliori uomini di Trump – JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner – ricorda più Aldo, Giovanni e Giacomo. Anzi, non vorrei offendere Aldo, Giovanni e Giacomo.
La confusione della Casa Bianca è totale. Trump ha annunciato che il vicepresidente Vance non sarebbe andato a Islamabad. Pochi minuti dopo, la stessa Casa Bianca ha corretto il presidente. Poi Vance doveva partire lunedì per arrivare martedì, perché il cessate il fuoco sarebbe scaduto ieri, mercoledì. Trump ha minacciato che non lo avrebbe prorogato e che avrebbe bombardato ponti e infrastrutture iraniane se Teheran non avesse firmato un accordo entro quella data. Poi la partenza di Vance è stata rinviata a martedi, o mercoledì, non era chiaro.
Poi gli iraniani hanno visto il bluff di Trump. E Trump ha battuto le palpebre.
Martedì pomeriggio il presidente ha convocato una riunione d’emergenza alla Casa Bianca. Il tempo stringeva. L’Air Force Two era pronto sulla pista di Andrews per portare Vance in Pakistan. C’era solo un problema: gli iraniani giocavano sul tempo. Non comunicavano. Non confermavano nulla. Non si presentavano neppure a Islamabad.
A Wall Street l’hanno chiamato l’ennesimo “Taco Tuesday”: Trump Always Chickens Out. Trump alla fine si tira sempre indietro.
Così il presidente impulsivo e incoerente è ricorso ai social per annunciare che avrebbe prorogato il cessate il fuoco. Niente bombe oggi. Ancora una volta ha fatto marcia indietro. Ancora una volta i mercati hanno reagito.
La Bbc sostiene che qualcuno vicino alla Casa Bianca starebbe speculando a Wall Street grazie alle informazioni riservate sui continui annunci presidenziali che muovono i mercati. Eppure nessun grande giornale americano sembra voler scavare seriamente su quello che potrebbe essere il più grande scandalo di “insider trading” della Storia moderna. È questo lo stato dei media semi-addomesticati americani: serve la Bbc per illuminare Washington.
Per Donald Trump, che ha costruito il proprio mito politico sulla forza, sull’imprevedibilità e sulla promessa di vincere sempre, il disastro iraniano è molto più di una sconfitta di politica estera. Il fallimento della guerra in Iran definirà il fallimento della sua presidenza.
È sicuramente uno smascheramento personale, anche dentro la sua base Maga.
La sua posizione interna peggiora rapidamente. I sondaggi calano. Gli elettori bocciano dazi, economia e guerra. L’inflazione risale. Benzina e alimentari aumentano. La disoccupazione cresce. Trump rischia di consegnare all’America il peggior incubo economico: la stagflazione.
Perfino il Wall Street Journal, voce storica del conservatorismo americano, ha emesso un verdetto devastante. In un editoriale dal titolo “The Iranians Take Trump for a Sucker” (traduzione “Trump, che pollo: Teheran se lo rigira come vuole”) Elliott Kaufman ha scritto: «Per quante volte pensano ancora di fargli questo gioco prima di riaprire lo Stretto di Hormuz?».
Quando perfino il giornale di Rupert Murdoch descrive così un presidente repubblicano, il danno è già profondo.
E adesso che cosa resta a Trump? Con ogni probabilità, l’umiliazione travestita da diplomazia. Teheran si è dimostrata più paziente, più disciplinata e più sofisticata degli uomini che circondano il presidente americano. Il regime iraniano oggi è persino più duro di prima. I bombardamenti non hanno prodotto alcun cambio di regime. Hanno rafforzato i falchi.
A Washington, Trump resterà ad attendere al telefono, sperando di ricevere al più presto una risposta iraniana che gli permetterà di tornare a rivendicare il Nobel per la pace, e vendere come trionfo quasi qualsiasi accordo.
Non proprio “qualsiasi” accordo: più probabilmente uno molto simile a quello che lui stracciò nel 2018.
Ed ecco quello che potrebbe essere l’atto finale del pantano iraniano di Trump. Il tycoon potrebbe ora ritrovarsi a firmare un accordo molto simile al patto nucleare del 2015 negoziato da Barack Obama e dagli europei: proprio l’intesa che Trump definì disastrosa prima di stracciarla nel 2018.
Sarebbe l’ironia finale: mesi di guerra, morti, cinquanta miliardi di dollari spesi, caos economico e logistico a livello mondiale, perdita totale della credibilità degli Stati Uniti, e senza ottenere condizioni migliori di quelle già concordate nel 2015.
Questa è la tragedia dell’era Trump: sangue inutile, confusione strategica, un presidente che minaccia crimini di guerra e poi arretra, e una superpotenza che comincia a sembrare ridicola.
Una superpotenza che comincia ad assomigliare a uno Stato semi-fallito: imprevedibile, caotico, pericoloso.
Forse è arrivato il momento di smettere di ridere di Donald Trump.
E di chiederci quanto ancora il mondo possa sopravvivere a tutto questo.






