L'ICONOCLASTA

L’America in piazza, test di democrazia

C’è una buona notizia e una cattiva notizia dopo l’ultima ondata di proteste “No Kings” negli Stati Uniti. 

Il mio articolo su LaStampa

La buona notizia è che milioni di americani sono arrabbiati. Abbastanza arrabbiati da uscire di casa, scendere in piazza e dire ad alta voce quello che troppi politici repubblicani, banchieri di Wall Street e grandi dirigenti d’impresa continuano a sussurrare solo in privato: Donald Trump non sta semplicemente governando male. Sta facendo danni veri. I suoi dazi hanno colpito l’economia americana. La sua guerra in Iran è un’improvvisazione pericolosa, gestita da una squadra mediocre. E il presidente stesso appare sempre più spesso impulsivo e vendicativo, quasi compiaciuto del caos che produce. Insomma, la buona notizia è che in America ci sono ancora milioni di cittadini indignati. La cattiva notizia è che non sono abbastanza.

Il numero più importante di sabato non è quello degli 8 milioni di persone, secondo le stime, scese in piazza in oltre 3.000 città di tutti i cinquanta Stati contro Trump. Il numero più importante, in una nazione di 340 milioni di abitanti dove l’astensione è ormai una forma di passività politica strutturale, sono gli americani che non ci sono andati. Nel 2024 circa 75 milioni di americani hanno votato per Kamala Harris. E di questi appena l’11% è sceso in piazza.

Sì, le proteste sono state imponenti. Sì, diffuse. Ma se gli americani avessero davvero capito fino in fondo il pericolo che Trump rappresenta per i loro risparmi, il loro lavoro, i loro figli e il loro futuro, le piazze degli Stati Uniti non avrebbero visto 8 milioni di persone. Ne avrebbero viste 20 milioni. Forse 30. Questa è la vera storia dell’America del 2026. L’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos di pochi giorni fa mostra che soltanto il 36% degli americani continua ad approvare Trump. Dall’inizio della guerra contro l’Iran, il 28 febbraio, Trump è sceso di quattro punti percentuali. Ma il fatto che più di un terzo dell’elettorato sia ancora con lui significa che almeno cinquanta milioni di elettori continuano ad approvare quello che sta facendo. E questo dovrebbe inquietarci più di quanto le piazze ci rassicurino. La vera tragedia americana di Trump non è soltanto il fatto che il 36% continui a sostenerlo. È che molti altri, pur non amandolo, continuano a comportarsi come se fosse soltanto un presidente un po’ volgare e talvolta sopra le righe. Non hanno ancora capito che Trump è qualcosa di più pericoloso: una minaccia strutturale alla democrazia americana, alla stabilità economica e al ruolo internazionale degli Stati Uniti. Ecco perché “No Kings” conta. Non è stata soltanto una protesta contro Trump. È stata, in fondo, un test di lucidità democratica. E, a mio avviso, troppi americani non l’hanno superato.

Per chi è sceso in piazza contavano molte cose insieme: la deriva autoritaria di Trump, l’assedio alle norme e alle prassi della democrazia americana, le deportazioni, l’uso politico dell’immigrazione e il ricorso ad apparati federali come l’Ice, che molti americani cominciano a percepire non più come strumenti di legalità, ma come strumenti di intimidazione. Non a caso, uno dei punti simbolicamente più forti della protesta è stato il Minnesota, dove la morte di due cittadini americani in distinti interventi federali ha aperto una domanda cupa, quasi da anni Trenta: gli americani devono cominciare ad avere paura del proprio governo? Anche la guerra in Iran ha cambiato il clima politico. Sembra aver rimesso in movimento soprattutto gli elettori più giovani, compresi alcuni giovani uomini che si erano avvicinati a Trump e che ora stanno scoprendo, forse un po’ tardi, che la politica della spacconeria in America di solito si paga a spese di altri: i figli degli altri, le tasse degli altri e prezzi della benzina più alti per tutti.

E qui arriviamo all’altra metà della storia: il costo della vita. Gli americani magari non leggono trattati di diritto costituzionale. Ma capiscono benissimo il prezzo della benzina, della spesa e dell’affitto. E qui i numeri sono devastanti. Solo il 25% approva la gestione del costo della vita da parte di Trump. Solo il 29% approva la sua gestione dell’economia. Sono numeri rovinosi per qualsiasi presidente. Trump sta facendo agli Stati Uniti quello che fece ai suoi sei casinò. Quando gli americani dicono “No Kings”, non stanno soltanto difendendo la Costituzione. Stanno difendendo anche il contenuto del proprio portafoglio. È anche per questo, per il prezzo della benzina e per il costo della spesa, che la guerra in Iran è diventata così rapidamente tossica sul piano politico, fino a dividere perfino il mondo Maga.

Eppure, una delle regole più antiche della politica americana è che una guerra, almeno all’inizio, tende a compattare il Paese attorno al presidente. Trump è riuscito nell’impresa opposta. La guerra non ha unito il Paese attorno a lui. Lo ha isolato ancora di più. Una chiara maggioranza di americani oggi disapprova i suoi attacchi contro l’Iran. Non siamo davanti a George W. Bush dopo l’11 settembre. Siamo davanti a Donald Trump dopo aver sfinito il Paese per quattordici mesi. Gli americani non si stanno stringendo attorno a lui. Se ne stanno allontanando.

Se la rabbia di oggi terrà, i repubblicani rischiano seriamente di perdere la Camera dei Rappresentanti nelle elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026. Il Senato è una partita più difficile per i democratici, perché la mappa elettorale resta sfavorevole. Ma non è più impensabile neppure quello. Trump forse continuerà a tenere gran parte del Partito repubblicano in pugno. Ma sta cominciando a perdere il Paese. È lo stesso Paese che lo ha eletto due volte e che, troppo a lungo, ha finto di considerarlo normale. Esiste perfino la possibilità di un’ondata elettorale travolgente contro Trump a novembre. E se i democratici dovessero davvero riprendersi la Camera, le conseguenze sarebbero immediate. Tornerebbero le inchieste. E nella primavera o nell’estate del 2027, un procedimento di impeachment diventerebbe altamente probabile. La Camera potrebbe votarlo a maggioranza semplice. Ma la rimozione dall’incarico è un’altra storia. Per quella servirebbero 67 voti su 100 al Senato. Una soglia molto difficile da raggiungere anche in uno scenario favorevole ai democratici. Ed è questo, alla fine, il significato più cupo di “No Kings”.

Quelle marce non sono state soltanto una protesta contro un uomo. Sono state uno specchio puntato contro una nazione. E quello specchio ha mostrato una resistenza crescente, ma anche una gigantesca dose di compiacenza. Sì, otto milioni di americani sono scesi in piazza. Ma il vero scandalo di sabato non è quanti siano usciti. È quanti siano rimasti a casa.

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