La guerra contro l’Iran non è ancora finita. Lo Stretto di Hormuz resta instabile, i mercati energetici sono sempre volatili e il mondo continua a pagare il prezzo di un conflitto lanciato da Donald Trump senza una strategia.
Una guerra intrapresa sotto la pressione di Benjamin Netanyahu e con pochi segnali che il presidente americano comprendesse davvero né i rischi militari né l’esito politico finale.
Iniziare una guerra è facile. Gestirne le conseguenze è molto più difficile.
Trump ha continuato in questi giorni la sua raffica di insulti contro gli alleati europei dell’America, soprattutto all’interno della NATO, trattandoli meno come partner che come parassiti. Nel frattempo, la crisi da lui provocata sta favorendo soprattutto la Russia.
Vladimir Putin trae vantaggio dall’aumento del prezzo del petrolio, che porta nuove entrate a Mosca in un momento in cui il Cremlino ha bisogno di ogni dollaro per sostenere la guerra in Ucraina.
Xi Jinping, a Pechino, sorride. Può osservare in soddisfatto silenzio mentre l’America appare impulsiva, erratica e divisa. Quanto meno prevedibile diventa Washington, tanto più la Cina viene vista nel mondo come il partner economico più solido e affidabile.
Questo è il vero capovolgimento geopolitico e geo-economico del nostro tempo: per decenni gli Stati Uniti sono stati l’ancora del sistema economico globale. Oggi molti governi e imprese considerano sempre più Pechino un interlocutore commerciale più sicuro di Washington.
Trump ha in calendario per il 14 maggio una visita a Pechino, con vertice previsto con Xi Jinping: un viaggio già rinviato da marzo a causa della guerra in Iran.
La guerra potrebbe finire a fine aprile o inizio maggio, si sussurra a Washington. Ma dopo la fine della guerra contro l’Iran, che cosa farà Trump da qui alle elezioni di midterm di novembre?
Molto. E ben poco di rassicurante.
Il calo nei sondaggi, l’ansia dei mercati, l’aumento dell’inflazione e la crescita della disoccupazione spingeranno Trump verso altre azioni irrazionali. I mercati finanziari forse lo hanno già messo in conto, ma Trump continuerà a minacciare e perseguitare Jay Powell, presidente della Federal Reserve e uno dei suoi bersagli preferiti.
Il prossimo obiettivo geopolitico di Trump, come lui stesso ha già preannunciato, sarà Cuba.
L’Avana offre tutti gli ingredienti che Trump ama: melodramma, intimidazione e la possibilità di apparire forte a costi immediati limitati. Nelle prossime settimane potremmo assistere a nuove minacce, sceneggiate navali, escalation verbale e ai consueti discorsi sul cambio di regime.
Poi c’è l’Europa.
Trump vede l’Europa non come un alleato, ma come un concorrente parassitario che vive alle spalle degli altri. Nuove minacce tariffarie, accuse di pratiche commerciali sleali e richieste di concessioni unilaterali sono destinate ad intensificarsi nei prossimi mesi.
A mio avviso, una nuova guerra commerciale a luglio è altamente probabile. Il motivo è semplice. I dazi temporanei del 15 per cento imposti da Trump dopo che la Corte Suprema americana ha dichiarato illegali i suoi precedenti dazi d’emergenza scadranno il 24 luglio. Il Congresso non li prorogherà.
Le mie fonti a Washington si aspettano che la Casa Bianca vari nuovi dazi settore per settore e mirati per singoli Paesi, probabilmente superiori al 15 per cento. La giustificazione legale sarà la “sicurezza nazionale”: quella formula meravigliosamente elastica oggi usata a Washington per indicare quasi tutto ciò che il presidente desidera.
Questo equivarrebbe a una nuova offensiva tariffaria non soltanto contro l’Unione europea, ma contro buona parte del mondo. Sarebbe anche economicamente autolesionista. I dazi alimentano l’inflazione, e insieme alla crisi energetica derivante dalla guerra con l’Iran, potrebbero portare alla stagflazione in America.
Per la Svizzera, è consigliabile prudenza. Berna farebbe bene a tenere la testa bassa, evitare inutili visibilità e sperare di non entrare nel fantasioso radar della Casa Bianca. Nell’universo di Trump, per un piccolo Paese, essere ignorati è spesso il miglior risultato possibile.






