Gli storici del futuro potrebbero ricordare la visita di Donald Trump a Pechino nel maggio 2026 come uno dei grandi punti di svolta geopolitici del nostro tempo
Il mio articolo su il Corriere del Ticino
Gli storici del futuro potrebbero ricordare la visita di Donald Trump a Pechino nel maggio 2026, nel pieno della disastrosa guerra contro l’Iran, come uno dei grandi punti di svolta geopolitici del nostro tempo.
È stato il momento in cui gli Stati Uniti sono apparsi plasticamente più deboli della Cina. Il momento in cui il presidente americano sembrava quasi un supplice davanti a Xi Jinping, non il leader della maggiore superpotenza del pianeta.
Le immagini contano. E a Pechino le immagini parlavano da sole.
Xi Jinping appariva tranquillo, controllato, perfino paziente. Trump invece sembrava nervoso, isolato, bisognoso di risultati immediati. Uno parlava il linguaggio della storia e dei rapporti di forza. L’altro quello delle transazioni commerciali e della cultura pop.
Nel grande banchetto ufficiale al Palazzo del Popolo, Xi ha evocato Tucidide e il rischio storico delle guerre tra una potenza emergente e una potenza in declino. Non era una frase ornamentale. Era un messaggio strategico pronunciato con apparente calma e con una sottile ironia cinese. La Cina si considera ormai la potenza ascendente. E considera gli Stati Uniti una potenza in affanno.
Trump non ha capito, non è uno che studia le guerre del Peloponneso. Ha risposto dicendo che gli americani vanno matti per il cibo cinese e ha notato che il numero di ristoranti cinesi negli Stati Uniti supera quelli di hamburger. Poco dignitoso. A tratti sembrava più un immobiliarista newyorchese in visita a un Trump non ragiona come un presidente americano tradizionale. Non crede realmente nelle alleanze occidentali, nella NATO o nell’idea stessa di Occidente. Istintivamente si identifica molto più facilmente con uomini forti e sistemi autoritari che con leader democratici europei come Macron o Merz.
Ammira il potere personale, diffida dei vincoli istituzionali e considera la diplomazia una trattativa privata, in stile affaristico.
Se Donald Trump è disposto a svendere l’Ucraina e a indebolire la NATO, non dovrebbe sorprendere nessuno l’idea che un domani possa sacrificare anche Taiwan in cambio di qualche concessione commerciale cinese, qualche miliardo di export agricolo o magari un contratto conveniente per la galassia economica della famiglia Trump. Appena ripartito da Pechino a bordo dell’Air Force One, Trump ha dichiarato che potrebbe rinunciare a una vendita di armi a Taiwan da 14 miliardi di dollari. Xi Jinping gli aveva chiesto di ripensarci. Trump ha definito Taiwan “una pedina negoziale”, rovesciando in una sola frase la politica americana seguita dal 1979.
Per Tokyo, Seul, Taipei e molte capitali europee il problema ormai è evidente: fino a che punto gli Stati Uniti restano davvero disposti a difendere i propri alleati?
Nel frattempo la Cina non ha quasi bisogno di fare nulla. C’è un vecchio proverbio attribuito a Napoleone: «Non interrompere mai il tuo nemico quando sta commettendo un errore».
È una delle grandi ironie della storia contemporanea. Gli Stati Uniti oggi appaiono spesso impulsivi, inaffidabili e persino pericolosi. La Cina, una dittatura brutale che reprime libertà e dissenso al proprio interno, si presenta al mondo come una potenza razionale, disciplinata e prevedibile.
Oggi è la Cina a invocare il rispetto del diritto internazionale e del sistema multilaterale nel commercio e nella diplomazia. Ed è l’America che viola la Carta delle Nazioni Unite e invade altri Paesi, proprio come la Russia. È una situazione quasi surreale.
Per la Svizzera questo cambiamento conta enormemente. Un Paese esportatore, finanziario e profondamente integrato nell’economia globale vive di stabilità internazionale, regole prevedibili e mercati aperti. Tutto ciò oggi appare molto meno scontato.






