L’alba nascente del SuperBoom

Potremmo trovarci all’alba di un SuperBoom in gran parte dell’Occidente, un periodo di creazione di posti di lavoro correlati ai nuovi investimenti nelle infrastrutture. Una crescita economica drogata, per così dire, dalla combinazione di diversi fattori: una spesa pubblica enorme, il rialzo della domanda, e le nuove opportunità offerte dallo sviluppo dell’economia green e digitale. Il mio editoriale, pubblicato stamattina su La Stampa.

7 giugno 2021 – Mentre buona parte dell’Europa riapre e la campagna vaccinale procede senza sosta, molte persone sono ancora preoccupate, com’è comprensibile, per le prospettive a breve termine. Soprattutto per quanto riguarda il turismo, che fa fatica, e i settori dell’ospitalità in genere. Molte strutture balneari sono in difficoltà, così come ristoranti e negozi. Per non parlare poi degli infiniti dibattiti sui temi più vari, come la riapertura delle discoteche e i problemi organizzativi dei green pass. Inoltre ancora non è chiaro se potremo ricevere la seconda dose in vacanza o no. Ma c’è anche un’altra prospettiva di lungo termine, più ottimistica, incentrata sul mondo post pandemia. Ci sono le condizioni per raggiungere una crescita seria e sostenibile, in Italia così come nell’Eurozona tutta e negli Stati Uniti. E non per un anno o per un biennio, ma per buona parte della prossima decade. In parole povere, potremmo trovarci all’alba di un SuperBoom in gran parte dell’Occidente, un periodo di creazione di posti di lavoro correlati ai nuovi investimenti nelle infrastrutture, una crescita economica drogata, per così dire, dalla combinazione di diversi fattori: una spesa pubblica enorme, senza precedenti, il rialzo della domanda da parte dei consumatori, a lungo forzosamente repressa, e le nuove opportunità offerte dallo sviluppo dell’economia green e digitale.

Il “fattore spesa pubblica” non va sottovalutato. I suoi effetti salutari, se gestiti nel modo corretto, potrebbero contribuire ad alimentare un decennio che alcuni a Wall Street già paragonano ai “ruggenti anni venti”, o come li chiamiamo in America, the Roaring 1920s! Se vi sembra troppo ottimistico per un Paese che fatica a portare a termine le riforme che devono tassativamente accompagnare gli investimenti pubblici del Piano nazionale di ripresa e resilienza, considerate che l’Italia beneficerà anche della crescita fortissima dell’economia statunitense. Grazie ai massicci programmi di spesa pubblica lanciati sia dal presidente Joe Biden in America sia dalla Commissione europea, nonché al proseguimento delle politiche monetarie espansive su entrambi i lati dell’Atlantico, la devastazione sociale ed economica del 2020 potrebbe essere ben presto rimpiazzata da un vero e proprio boom con tutti i crismi, e per diversi anni. Tempi più floridi sono alle porte per quasi tutto il mondo occidentale. L’importante è che le vaccinazioni proseguano ai ritmi attuali. Cosa che non va data per scontata. In ogni caso, buona parte degli economisti prevedono una ripresa più robusta già a partire dall’autunno di quest’anno, e persino più forte nel 2022. In Itala l’economia è crollata del 9 per cento nel 2020, e anche se dovesse esserci un rimbalzo dell’ordine del 4,5% l’anno bisognerà comunque aspettare l’ultimo trimestre del 2022 per tornare al Pil del 2019. Ma Usa e Cina avranno una crescita spettacolare già da quest’anno, che dovrebbe risollevare l’intera economia globale. La domanda proveniente da queste due superpotenze potrebbe rivestire un enorme valore per l’export del “made in Italy”, e i piani di spesa di Biden offriranno grandi opportunità anche per le compagnie europee. Parliamo di una crescita potenziale di fatturato di 300 miliardi di dollari.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha previsto per quest’anno la più importante espansione economica da mezzo secolo a oggi, citando l’importanza dei piani di spesa di Biden, che dovrebbero mettere il turbo all’economia globale. L’Ocse si aspetta adesso che la produzione globale cresca del 5,8 per cento quest’anno, dopo una contrazione del 3,5 per cento nel 2020. Per gli Usa è previsto un incremento del Pil pari al 6,9 per cento su base annua e dell’8,5 per la Cina.

Per Michael Spence, premio Nobel per l’Economia, l’idea che ci aspettino diversi anni di forte crescita in Occidente non è esagerata. «Non so quanto durerà il boom, ma a quanto sembra potrebbe essere un fenomeno che interessa più anni, se assisteremo a una vera crescita della produttività, e io ritengo che ci siano buone chance in tale senso, grazie alla rapida crescita dell’economia digitale nel mondo post-Covid». Spence sottolinea l’importanza degli incrementi di produttività raggiungibili grazie alla digitalizzazione, in America come in Europa. Poi avverte: «Ovunque ci saranno dei tassi di aumento del Pil clamorosi, perché i settori dell’economia che sono stati chiusi stanno riaprendo, ma per arrivare a una crescita duratura gli incrementi di produttività sono indispensabili».

In tutto l’Occidente cresce la fiducia di industria e commercio, le rivoluzionarie e impetuose imprese del mondo post-Covid offriranno ghiotte opportunità di investimento. Negli Stati Uniti, i progetti in stile New Deal del presidente Biden includono un pacchetto già approvato di stimoli pari a 1.900 miliardi, mentre sono al vaglio interventi ulteriori per le infrastrutture e la creazione di posti di lavoro per un totale di altri 1.000 miliardi. Tutto questo in aggiunta ai 900 miliardi di dollari già approvati a dicembre e a migliaia di miliardi di dollari di nuove spese proposte da Biden per l’anno prossimo. Il risultato è uno stimolo fiscale dell’ordine di quasi 4.000 miliardi, ovvero il 20 per cento circa del Pil statunitense. Cifre grosse. Nell’eurozona i 750 miliardi di euro dei fondi Next Generation EU verranno impiegati nel corso dei prossimi anni. L’Italia progetta di spendere 248 miliardi di euro, il 13% del Pil, ma spalmati su più anni. E solo se verranno soddisfatti determinati criteri, come le riforme strutturali che dovranno essere negoziate e concordate, e successivamente approvate e certificate con regolari controlli, pena la perdita dei finanziamenti.

Secondo Lorenzo Codogno, economista, professore della London School of Economics e già dirigente del Tesoro, si può paragonare il presidente Biden a Franklin Delano Roosevelt: «Si parla di un momento hamiltoniano in Europa, ma in realtà è un momento rooseveltiano… Biden è come Roosevelt». Ha aggiunto che se l’Italia vuole raggiungere un boom che duri nel tempo, deve portare a termine alcune riforme strutturali. «Senza riforme strutturali sarà solo un boom temporaneo» ha precisato. Negli Stati Uniti tempi più rosei sono già alle porte, la gente ha più soldi in tasca e maggiore capacità di spesa. L’idea di un SuperBoom, per l’America se non per buona parte del mondo occidentale, non sembra campata in aria. Ho parlato con grandi leader del settore industriale e bancario che mi hanno detto che l’economia americana sarà “incandescente”, e non solo per i prossimi dodici, ventiquattro mesi. Forse troppo. Il boom delle economie europee sarà meno forte. L’America tende a essere più dinamica da questo punto di vista. E il tasso di crescita del Pil italiano potrebbe essere ancora più debole rispetto alla media europea, almeno finché non migliora la produttività. Ma ogni nazione può cogliere al volo l’opportunità, e anche l’Italia può beneficiare dell’imminente boom mondiale – sempre che stavolta le riforme strutturali possano contare su un vero sostegno popolare. È necessario che la società italiana comprenda che nonostante la radicata tendenza alla rassegnazione, è davvero arrivato il momento di credere nel cambiamento.

Come ha detto Mario Draghi qualche giorno fa: «Il grande timore che abbiamo tutti oggi è che finita la pandemia e avviatasi una forte ripresa, questa non sia duratura… Per renderla duratura e sostenibile c’è bisogno di un’Italia che torna a credere nel futuro».

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