L'ICONOCLASTA

Un anno da Trump: affari e repressione. L’America non guida più il mondo libero

Il tycoon usa la presidenza per arricchirsi, punire i nemici e rompere l’ordine globale

Il mio articolo su LaStampa

Ameno di un anno dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti sono cambiati. Profondamente.

L’attuale presidente americano non è uno statista, né un convinto sostenitore della democrazia liberale. Sta reprimendo il dissenso all’interno del Paese. Limita la libertà di espressione, intimorisce i vertici delle maggiori aziende americane e riallinea la politica estera di Washington su posizioni filoputiniane e apertamente ostili all’Unione europea. Ha speso circa 150 miliardi di dollari per rafforzare l’apparato di deportazione affidato all’ICE e sta costruendo nuove strutture detentive per rinchiudere centinaia di migliaia di lavapiatti, camerieri, badanti e braccianti agricoli, prima di deportarli in Paesi come El Salvador, la Libia o l’Uganda.

Nei sondaggi Trump è forse il presidente meno popolare della storia recente. Ma questo non gli ha impedito di schiacciare ogni dissenso interno al Partito repubblicano, di usare la Corte Suprema come strumento politico personale e di trasformare la presidenza in un pulpito autoritario. Le sue guerre commerciali e le politiche dei dazi sono rovinose e illogiche, prive di qualsiasi solido fondamento economico. E la sua ossessione nel dipingere l’Unione europea come nemico dell’America sancisce una verità scomoda: gli Stati Uniti non sono più il leader di quello che un tempo chiamavamo il Mondo Libero.

Come scrivevo alcuni mesi fa nel mio libro “La fine dell’impero americano”, stiamo entrando in una nuova e pericolosa fase della geopolitica globale: un “Nuovo Disordine Mondiale”, in cui i pilastri della sicurezza costruiti nel secondo dopoguerra, compresa la Nato, vengono messi in discussione proprio da Washington. Oggi gli Stati Uniti sono la principale fonte di incertezza e di rischio globale. Il Paese è guidato da un narcisista autocratico che mette Putin über alles e sostiene attivamente, anche in Europa, leader estremisti e filoputiniani.

Questa presidenza è anche un’enorme macchina per fare soldi. Criptovalute, affari opachi, interessi della famiglia Trump che si intrecciano con quelli di Witkoff e Kushner, spesso camuffati da missioni ufficiali a Gaza, in Arabia Saudita, in Qatar o a Mosca. Trump è motivato da tre sole ossessioni: arricchirsi, punire i nemici percepiti e dominare le prime pagine dei giornali, ogni giorno, senza sosta. Tribunali, università, stampa e amministrazione pubblica — un tempo pilastri della stabilità democratica — sono ormai trattati come avversari politici.

All’estero vale la stessa logica. L’ostilità di Trump verso la democrazia liberale europea non è tattica: è ideologica. L’Unione europea rappresenta regole, compromessi, magistrature indipendenti e multilateralismo — tutto ciò che Trump rifiuta. La sua ammirazione è riservata a chi governa senza vincoli: Vladimir Putin, Viktor Orbán, Xi Jinping, Recep Tayyip Erdoğan.

A quasi un anno dall’inizio di questa presidenza, il bilancio assomiglia già a un manuale di regressione democratica. Le elezioni si tengono ancora, ma il terreno è sempre più inclinato. I tribunali continuano a emettere sentenze, ma l’indipendenza è compromessa da una Corte Suprema dominata da fedelissimi. La stampa continua a pubblicare, ma sotto una pressione costante.

Ma la borsa va avanti.

Dopo mesi di guerra commerciale, il quadro macroeconomico degli Stati Uniti è tutt’altro che lineare. Nel terzo trimestre del 2025 l’economia ha sorpreso con una crescita del Pil del 4,3% su base annualizzata, la più forte degli ultimi due anni, sostenuta da consumi, spesa pubblica ed esportazioni, anche grazie a un dollaro più debole. Ma il mercato del lavoro mostra segnali di affaticamento: il tasso di disoccupazione è salito al 4,6%, il livello più alto degli ultimi quattro anni. Gli analisti continuano a prevedere per l’intero 2025 una crescita attorno all’1,8%, circa un punto percentuale in meno rispetto alle stime precedenti all’imposizione dei dazi annunciati da Trump lo scorso aprile. L’inflazione resta inoltre vicina al 3%, sostanzialmente allo stesso livello di quando Trump è tornato alla Casa Bianca lo scorso gennaio. Questo dato smentisce la narrazione trumpiana di una vittoria sul carovita: i costi dei dazi vengono infatti trasferiti ai consumatori, a partire dagli scaffali dei supermercati.

A beneficiare della presidenza Trump, più di tutti, sono i Big Tech, i Magnificent Seven, i nuovi tecno-oligarchi che piegano il capo, giurano fedeltà e riversano milioni di dollari sul potere trumpiano. Tra questi figura anche Peter Thiel, fondatore di PayPal e figura centrale della galassia tecnologica vicina a Trump, oggi beneficiario di lucrosi contratti con il Pentagono attraverso aziende a lui riconducibili, come Palantir. Thiel è anche mentore politico di J.D. Vance, di cui ha sostenuto e finanziato l’ascesa fino ai vertici del Partito repubblicano.

Guardando avanti, il pericolo aumenta.

Trump si appresta a nominare un nuovo presidente della Federal Reserve, la banca centrale americana, che rischia di ridursi a un semplice esecutore della volontà della Casa Bianca. Poi ci sarà Trump a Davos, forse questa volta senza il suo storico anfitrione Klaus Schwab, volto istituzionale e accomodante di un’élite che preferiva le luci del palcoscenico alle domande scomode. Annunci non mancheranno: un presunto accordo finale sui dazi con la Svizzera e la proclamazione del suo Trump Board of Peace per Gaza, con Donald Trump nel ruolo di Chairman of the Board. E forse Kushner come vice. La pace è un obiettivo condiviso, ma quando la diplomazia si intreccia stabilmente con gli interessi della Trump Organization, il confine tra politica estera e affari privati diventa indistinguibile.

E se il 2025 è stato un anno terribile, temo che il peggio debba ancora venire. Altri tre anni di questo tipo di governo rischiano di lasciare l’America traumatizzata, più polarizzata, più violenta al proprio interno e meno influente sulla scena internazionale. I comportamenti di Trump stanno accelerando la fine dell’impero americano e favorendo l’emergere di un’America che, da superpotenza, sceglie di allearsi con Stati canaglia e dittatori. Chi vince in questa circostanza è la Cina. Chi rischia di perdere? L’Europa. Come ha osservato recentemente Friedrich Merz, la pax americana è finita. Finita davvero.

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