I dazi di Donald Trump sono illegali. Lo ha stabilito la Corte d’appello federale del circuito di Washington, confermando un verdetto di primo grado emesso a maggio.
I giudici hanno affermato che il presidente non possiede un potere illimitato per imporre tasse su quasi tutte le importazioni verso gli Stati Uniti. È un verdetto che mette in discussione la legittimità della principale politica economica dell’era Trump, il cavallo di battaglia della sua amministrazione.
Una sospensione, non una salvezza
La Corte ha sospeso l’esecuzione della decisione fino al 14 ottobre, lasciando i dazi ancora in vigore. Un rinvio puramente tecnico, con l’obiettivo di consentire all’amministrazione di rivolgersi alla Corte Suprema, che avrà l’ultima parola. La battaglia finale si giocherà lì.
L’uso improprio della legge del 1977
Trump ha fondato la sua strategia commerciale e il potere di imporre dei dazi sull’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge del 1977.
Nata in piena Guerra fredda, l’IEEPA era destinata ad emergenze di sicurezza nazionale, sanzioni ed embarghi. Mai era stata pensata per introdurre tariffe generalizzate su partner commerciali. Eppure l’ex presidente l’ha trasformata in una clava protezionista.
Ha imposto dazi a tutti, incassato centinaia di miliardi e usato le tariffe come leva per costringere i governi stranieri a negoziare. Ha definito “emergenze nazionali” questioni come deficit commerciali o traffico di fentanyl. Un abuso che la Corte ha giudicato improprio e illegale.
Il richiamo al Congresso
La Corte ha ricordato che i dazi sono prerogativa del Congresso, non della Casa Bianca. Un principio costituzionale di equilibrio dei poteri che Trump ha cercato di scavalcare.
L’unica eccezione rimane la sezione 232 del Trade Expansion Act, che consente tariffe temporanee per emergenze di sicurezza. Ma si tratta di una misura limitata, non certo di una licenza illimitata per il protezionismo.
Una disfatta per la politica economica di Trump?
Solo poche ore prima della sentenza, i consiglieri di Trump avevano avvertito i giudici che ridurre i poteri tariffari avrebbe scatenato il caos economico, mettendo a rischio anche accordi come quello con l’Unione Europea.
I giudici non si sono lasciati impressionare.
Il risultato è che l’intera architettura protezionista di Trump ora è a rischio. E con una conseguenza concreta: il Tesoro potrebbe dover restituire fino a 300 miliardi di dollari già incassati con dazi giudicati illegali. Un’umiliazione politica senza precedenti.
Trump può sperare nella Corte Suprema, dove la maggioranza conservatrice è in parte nominata da lui. Ma la solidità delle motivazioni rende difficile ribaltarla.
Una ferita alla presidenza e all’immagine internazionale
Il problema va oltre i dazi. Se la Corte Suprema confermerà l’illegalità, la sconfitta colpirà al cuore la credibilità politica di Trump.
Il protezionismo non è stato solo una misura economica: è stato il marchio identitario della sua leadership. Se i giudici lo cancellassero, Trump perderebbe la sua “politica simbolo”, il cavallo di battaglia con cui ha costruito consenso elettorale.
Non si tratterà solo di restituire denaro. Si tratterà di un’umiliazione, che indebolirà il presidente nei confronti del Congresso, degli alleati repubblicani e della comunità internazionale. La sua immagine di leader forte rischia di sgretolarsi.
Sull’arena internazionale, l’imprevedibilità resta la regola cardinale della diplomazia di Trump: minacce improvvise, tweet aggressivi, mosse a sorpresa. Ma questa volta l’imprevedibilità si intreccia con la vulnerabilità.
E non pochi leader europei, almeno in privato, vorrebbero tirare un sospiro di sollievo: una sconfitta di Trump sui dazi li libererebbe da anni di pressioni e da una costante guerra commerciale. Un presidente indebolito, che non può più brandire i dazi come arma politica, è un presidente meno temibile nei rapporti con Bruxelles, Berlino, e Parigi.
Effetti su Europa e mercati
Per l’Europa la conseguenza immediata è l’incertezza. Possiamo anche attendere nuove polemiche e attacchi di Trump contro i giudici.
I mercati finanziari saranno volatili, imprese in attesa, investitori nervosi. Le borse continueranno a oscillare, i mercati obbligazionari resteranno instabili. Intanto la Federal Reserve prepara un nuovo taglio dei tassi. E Trump continua la sua campagna di diffamazione contro Jerome Powell, presidente della banca centrale.
Temporeggiare è la strategia migliore per l’Europa
In questo contesto, con Trump ferito e sotto pressione, l’Europa deve mantenere calma e prudenza. La scelta più razionale è temporeggiare.Non ha senso firmare accordi definitivi mentre la Corte Suprema non si è ancora espressa. Se i giudici confermeranno l’illegalità, la questione si chiuderà da sola: niente più dazi del 15% sull’Europa e un presidente politicamente indebolito.A volte la storia sorprende. Per l’Europa, oggi, la virtù decisiva è la pazienza. Meglio non firmare nulla.