L'ICONOCLASTA

Un Biden più deciso che mai, e una caduta severa per Trump

Le elezioni di midterm che si sono appena tenute negli Stati Uniti hanno un grande significato, sia per gli americani che per il mondo.

Il mio editoriale pubblicato oggi su La Stampa

Sono stati sconfitti i fanatici di destra. Un numero importante di “Negazionisti del voto” (i seguaci di Trump che proclamano ancora che il loro leader abbia vinto le elezioni del 2020) hanno perso alle urne. Non tutti, ma tanti. Gli americani hanno votato per la democrazia, e, secondo i sondaggisti, anche per la moderazione, ovvero contro l’estremismo di Trump.

Hanno contato moltissimo le donne. Molte americane sono così arrabbiate dalle decisioni della Corte Suprema contro l’aborto che sono andate a votare per i democratici. E hanno giocato un ruolo forse decisivo anche i giovani della Gen Z, i ventenni e i trentenni che hanno voluto dire con i loro voti che sono contenti di Biden, felici della cancellazione dello Student Debt, il prestito d’onore, contenti deglii investimenti ingerenti che Biden sta facendo per l’energia rinnovabile e per combattere il cambiamento climatico. E la Gen Z è assolutamente d’accordo che bisogna proteggere i diritti riproduttivi delle donne.

I risultati delle elezioni dimostrano quindi una certa soddisfazione per Biden, che lui può giocarsi nel nuovo Congresso. E lui, contento, potrebbe ricandidarsi e ricevere la nomina, se lo vuole. Per l’Europa dovrebbe essere un sollievo perché i repubblicani, con una maggioranza risicata alla Camera, non disturberanno la politica estera del presidente. Ci sarà la continuità, anche sull’appoggio militare per l’Ucraina. Non è più in dubbio, grazie a questo voto.

Il controllo del Senato ora dipende dai risultati di Arizona e Nevada, ma soprattutto dall’esito di uno speciale ballottaggio per il seggio della Georgia, che si terrà il sei dicembre.

Passando alla Camera dei Rappresentanti, dove la Speaker Nancy Pelosi presiedeva una maggioranza democratica di 220 seggi su 435, a quanto pare il partito dell’asinello perderà giusto una decina di seggi. Anzi, queste elezioni di midterm potrebbero rappresentare il risultato più positivo per il partito di un presidente in carica da decenni. A suo tempo Trump ha perso 40 seggi alla Camera in favore dei democratici. Nel 2010 i democratici del presidente Barack Obama persero 63 seggi. Nel 2006, i repubblicani del presidente George W. Bush persero 30 seggi.

I repubblicani otterranno la maggioranza, sì, ma sarà così risicata da limitare la capacità di azione del successore di Pelosi, che non avrà un forte mandato e non potrà attuare molte delle minacce lanciate contro Biden. Kevin McCarthy, papabile Speaker repubblicano, ha per esempio suggerito di rivedere l’aiuto militare che viene fornito all’Ucraina. Ma è improbabile che, con una maggioranza parlamentare esigua, sarà davvero in grado di azzoppare l’attuale politica pro Ucraina di Biden.

Com’è ovvio, i risultati sono anche lo specchio di una nazione che è profondamente divisa. I democratici hanno perso la Camera, ma questo non significa che Joe Biden sia condannato a diventare un’anatra zoppa.

I repubblicani cercheranno senza dubbio di rendergli la vita difficile non appena prenderanno il controllo della Camera, a gennaio. Cancelleranno la Commissione che cercava di far luce sull’insurrezione del sei gennaio, e al contrario faranno partire nuove indagini su Hunter Biden e sull’era Covid. Minacceranno di bloccare il processo di bilancio, di mettere pressione alla Casa Bianca. Potrebbero persino arrivare a richiedere l’impeachment per Biden. Tutto prevedibile.

Ma i repubblicani sono feriti, le elezioni di mid term sono andate molto male per loro, la marea che aspettavano non è montata, e alcuni dei candidati più estremisti scelti da Trump sono stati sconfitti. L’ex presidente stesso, che si trova adesso davanti alla concreta prospettiva di dover affrontare uno o più processi, è un leone ferito, arrabbiato e frustrato perché i suoi non hanno saputo far di meglio. Si candiderà come previsto il 15 novembre a Mar-a-Lago? Tanti repubblicani iniziano a criticarlo, a dichiarare che l’epoca di Trump è finita. Pure Rupert Murdoch lo ha mollato, ridicolizzandolo sulla prima pagina del New York Post e con un editoriale del suo Wall Street Journal.

Per i repubblicani è giunto il momento di guardarsi dentro, di cercare la propria anima, di decidere che partito vogliono essere. Trumpiano o post-trumpiano?

Ed è qui che entra in scena Ron DeSantis. Il governatore della Florida è un quarantaquattrenne sveglio, uno che ha studiato a Yale e parla bene. Lo chiamano il “Trump degli intelligenti”, una versione di Trump più brillante, e perciò potenzialmente ancora più pericoloso. Ci sa fare. È carismatico. Ma Ron de Santis è sempre stato un estremista. Da tutta la vita. Un populista di estrema destra, così omofobo da far passare la legge “Non dire gay”, e ha iniziato a licenziare migliaia di insegnanti, punibili se solo si azzardavano a pronunciare quella parola in classe. DeSantis è un fondamentalista anti-aborto, un demagogo anti-immigrati. Sì, è tutte queste cose. Eppure ha un forte impatto su un partito repubblicano che si chiede se non sia finalmente arrivata l’ora di girare pagina e lasciarsi alle spalle Donald Trump. E DeSantis sembra più moderato di Trump, anche se non lo è, probabilmente perché urla meno.

Dopo le elezioni di mid-term DeSantis è adesso lo sfidante naturale di Trump per la nomination repubblicana del 2024. E questo lo mette contro The Donald, che al contrario esce molto indebolito dal responso delle urne. Possiamo quindi aspettarci nell’immediato futuro una Guerra dei Populisti, un duello tra DeSantis e l’uomo da Mar-a-Lago. Come ha detto Joe Biden mercoledì sera alla sua conferenza stampa: “Sarà divertente guardare lo scontro DeSantis-Trump”.