L'ICONOCLASTA

Stati Uniti, una guerra senza strategia

È vero che pochi in Europa verseranno lacrime per gli ayatollah – Ma questo non cambia la questione giuridica sollevata da questa guerra, che molti giuristi ritengono in violazione del diritto internazionale e della stessa Costituzione americana

Il mio articolo sul CorriereDelTicino

Questa settimana la copertina di The Economist ha riassunto con ammirevole franchezza l’ultimo conflitto di Donald Trump: «Una guerra senza strategia». È difficile migliorare questa definizione.

Gli Stati Uniti sembrano non avere né una strategia coerente né una chiara idea di cosa intendano fare quando la guerra contro l’Iran finirà, ammesso che finisca. Gli obiettivi cambiano di ora in ora. Lo scorso fine settimana Trump ha dichiarato che lo scopo era impedire all’Iran di costruire armi nucleari e provocare un cambio di regime. Nel giro di poche ore Pete Hegseth, oggi alla guida del Pentagono, ha assicurato ai giornalisti che la guerra non riguarda affatto il cambio di regime.

Contraddizioni di questo tipo sono ormai il principio organizzatore dell’amministrazione Trump. Le spiegazioni della guerra cambiano di giorno in giorno. Ma per Trump il mantra resta sempre lo stesso: «Stiamo vincendo».

Il presidente americano ha spiegato mercoledì di aver ordinato l’attacco perché credeva che l’Iran avrebbe colpito per primo e perché «lo sentiva fortemente».

Un tempo le grandi potenze giustificavano le guerre con prove – anche costruite ad arte, come quando l’amministrazione Bush sostenne che Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa. Nella Washington del 2026, a quanto pare, per lanciare una guerra basta un’intuizione presidenziale.

La confusione si estende persino al piano giuridico. Il Congresso degli Stati Uniti non ha dichiarato guerra come richiederebbe la legge. La Casa Bianca preferisce parlare di «grandi operazioni di combattimento», evitando accuratamente la parola guerra. L’espressione ricorda inevitabilmente l’«operazione militare speciale» con cui Vladimir Putin descrive l’invasione dell’Ucraina.

L’ironia si scrive da sola.

È vero che pochi in Europa verseranno lacrime per gli ayatollah. Ma questo non cambia la questione giuridica sollevata da questa guerra, che molti giuristi ritengono in violazione del diritto internazionale e della stessa Costituzione americana. Non a caso il governo svizzero ha invitato tutte le parti al «pieno rispetto del diritto internazionale, compresa la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale umanitario».

Al di là delle questioni legali, le conseguenze strategiche stanno già emergendo. Trump ha dato fuoco al Golfo e irritato molti dei monarchi della regione che fino a poco tempo fa coltivavano rapporti politici ed economici con il suo entourage.

Se Washington continuerà con attacchi aerei contro le infrastrutture militari iraniane, il risultato potrebbe non essere il cambio di regime. Più probabilmente vedremo qualcosa di ben noto agli studenti dei conflitti mediorientali: un Iran indebolito ma ancora furioso.

Le conseguenze economiche peggioreranno con il passare dei giorni. L’interruzione dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz minaccia danni seri alle economie del Golfo e al sistema economico globale. Già in Svizzera il prezzo della benzina sembra avviarsi di nuovo verso i due franchi al litro.

Se la guerra si prolungherà, gli effetti più probabili saranno inflazione più alta, crescita più lenta e forse recessione in alcuni Paesi.

Sia chiaro: se Donald Trump e Benjamin Netanyahu decidessero di aver raggiunto i loro obiettivi militari, potrebbero dichiarare vittoria e chiudere rapidamente il conflitto. Anche domani. Lo scenario migliore sarebbe quello che i trader chiamano scherzosamente una mossa «TACO», come quando Trump ha fatto marcia indietro sulle sue minacce tariffarie.

Il fattore che più probabilmente determinerà la fine della guerra sarà la politica interna americana. In vista delle elezioni di metà mandato di novembre, perfino la Casa Bianca potrebbe rendersi conto che il conflitto sta facendo precipitare ancora di più l’indice di approvazione di Trump.

Questo è ciò che accade quando si lancia una guerra senza una strategia. Si improvvisa strada facendo. 

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